Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Editoriale

Googlizzati

Franco Fanelli

I nuovi e giovani ricchi a capo delle corporazioni che si contendono l’impero del web comprano arte d’oggi, con un debole, ovvio, per quella digitale. Ma il feeling tra Google, Twitter, Facebook e affini con l’arte contemporanea non si limita alla nascita di nuovi collezionisti, né al controllo di una sempre più importante fetta di mercato con le fiere online, con le gallerie virtuali o con siti come Artsy (tra i proprietari, Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter) che offrono arte in vendita e consulenza. La liaison comprende la promozione e la produzione. L’apertura a dicembre del Google Cultural Institute presso la sede della compagnia a Parigi è il primo segnale «fisico» e non solo virtuale, di questo fenomeno.
Il vicepresidente di Google, Vint Cerf, ha spiegato che non di museo o galleria trattasi, bensì di un luogo di formazione e di ricerca, un laboratorio che sosterrà la produzione dei giovani artisti. Un articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio da «El País» descrive criticamente l’irruzione dei tycoon di internet nel mondo dell’arte contemporanea, segnalando tra l’altro, ad aprile e a ottobre, l’apertura di due fiere nel cuore della produzione dell’alta tecnologia, a Silicon Valley in California, che strizzeranno l’occhio a una fascia di collezionismo in pieno sviluppo. Certo è che l’espansionismo «artistico» delle grandi corporazioni rischia di essere la definitiva e più radicale mutazione del sistema dell’arte contemporanea. Uno degli aspetti della googlizzazione riguarda il successo e l’identità di un genere come l’arte digitale che può attrarre una clientela quanto mai diversificata, dal collezionista che spende da Christie’s 1,7 milioni di euro per un quadro di Wade Guyton ottenuto da una stampante a getto d’inchiostro alle poche decine di euro per opere concepite per tirature altissime, anche 10mila esemplari. Numeri non raggiungibili dalla grafica numerata tradizionale non solo per limiti tecnici ma anche per i margini di rischio, in termini di costi di produzione rapportati ai possibili acquirenti, sconosciuti alla grafica in digitale e affini che, al contrario, possono vantare un pubblico in crescita: pare che i siti creati da Rafael Rozendaal, adepto della New Media Art e tra le star di Paddles On!, un’asta di arte in digitale sostenuta del social network Tumblr e coorganizzata dalla Phillips, siano visitati da 40 milioni di utenti all’anno (quello del MoMA è attestato sui 3 milioni). Se 40 milioni di internauti vanno a vedere che cosa fa Rozendaal (nulla di speciale, sia chiaro), vuol dire che quella massa può diventare uno straordinario bacino di utenza pubblicitaria. E l’aspetto totalmente inedito di tutto l’affare è che questo sia possibile attraverso l’arte (e non stiamo parlando della «Ragazza con l’orecchino di perla»). Se l’arte d’oggi è anche questo, allora controllarne
i meccanismi, dalla produzione alla vendita, diventa essenziale. Poi, se proprio a qualcuno interessa, c’è la questione etica. I padroni di internet ostentano il loro crescente impegno mecenatistico a favore delle arti visive; nello stesso tempo sono a capo di un impero globale all’interno del quale prolifera la pirateria ai danni di altre categorie, come la musica e il cinema. E sebbene il mondo dell’arte sia sempre propenso alla più stucchevole ed esibizionistica commozione per casi di ingiustizia e violenza, dalle prigioni di Ai Weiwei ai centri di raccolta dei clandestini, non ci aspettiamo chissà quale obiezione di coscienza da parte dei molti trasgressivi griffati dell’arte contemporanea il cui mercato si giova di internet, dove l’evasione dei diritti d’autore si accompagna ad altri risvolti poco edificanti, come le macroscopiche violazioni della privacy attraverso la monitorizzazione degli utenti.
Infine c’è la lotta per le immagini, non nel senso medievale di contesa tra iconofili e iconoclasti, bensì nel segno dell’iconolatria totale. Internet viene presentato dai suoi padroni come un meraviglioso veicolo di diffusione e divulgazione della cultura; ma questa filantropica vocazione poggia sul possesso del maggior numero possibile di «figure», magari immagazzinandole in un deposito sterminato qual è quello alimentato dal Google Cultural Institute che, tra l’altro, dal 2011 sta digitalizzando le opere di 400 musei in tutto il mondo. Il possesso delle «icone» non è soltanto un gigantesco business, ma anche un formidabile strumento di controllo culturale di un mondo sempre più virtuale e sempre più letterariamente analfabeta, nel quale l’informazione viene scambiata per cultura, la pubblicità per comunicazione e il culto dell’immagine sta scalzando la familiarità con la parola. Insomma, parafrasando il tormentone della pubblicità di Fastweb con George Clooney, «immagini: puoi».


Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014


Ricerca


GDA settembre 2019

Vernissage settembre 2019

Il Giornale delle Mostre online settembre 2019

Ministero settembre 2019

Guida alla Biennale di Firenze settembre 2019

Guida alla Biennale di Venezia maggio 2019

Vedere a ...
Vedere a Firenze 2019

Vedere nelle Marche 2019

Vedere in Puglia e Basilicata 2019

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012