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Subotzky e il sogno di Ponte City

«Ponte City. Un sogno residenziale diventa realtà». Così, nel 1973, si annuncia l’apertura del cantiere di Ponte City, il grattacielo cilindrico e cavo come un pozzo, che con i suoi 54 piani di appartamenti avrebbe dominato Johannesburg. Quando viene inaugurata nel 1976, lo stesso anno della rivolta di Soweto, la torre è il simbolo della prosperità economica e del potere bianco. Da allora, passando attraverso l’abbandono, l’arrivo dei clandestini, l’invasione di gang criminali, e i recenti tentativi di recupero, Ponte City incarna le lacerazioni subite dal Sud Africa nel processo che porta dalla caduta dell’apartheid alla faticosa affermazione della democrazia. Tra il 2008 e il 2010, il fotografo sudafricano Mikhael Subotzky, in collaborazione con l’artista Patrick Waterhouse, dà il via a un’indagine capillare di questo microcosmo. Riprende ogni finestra, ogni porta interna, ogni televisore acceso, e monta i fotogrammi in tre enormi lightbox. Prosegue tra corridoi semideserti e stanze vuote, per scoprire l’intimità domestica dei pochi residenti rimasti, alternando i ritratti allo spettacolo dell’orizzonte ritagliato dalle vetrate.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Chiara Coronelli , da Il Giornale dell'Arte numero 339, febbraio 2014

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