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Roma

L'inganno del frate pittore: Apocalisse a Trinità dei Monti

I restauri riportano alla luce uno stupefacente dipinto in anamorfosi. Dedicato al Libro di san Giovanni, ne celebra il significato più profondo, la rivelazione attraverso la visione

L’immagine è affascinante e misteriosa; la si può «leggere» e interpretare soltanto con un’osservazione diretta, attenta e paziente, di ogni particolare: è un dipinto murale, una grande anamorfosi che si estende sulla parete e sul soffitto del corridoio orientale nel convento di Trinità dei Monti. Rappresenta «San Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos mentre scrive l’Apocalisse». Il dipinto si credeva perduto ed è stato scoperto solo pochi anni fa, nascosto sotto strati di intonaco e di vernice bianca. Il recente restauro lo ha fatto riemergere, ancora ben visibile nonostante lacune, perdita di colore, danni gravi subiti dall’esercito francese di Napoleone che nel 1798 aveva occupato il complesso di Trinità dei Monti. La tecnica della rappresentazione è quello di una prospettiva particolare: un’«anamorfosi diretta», cioè un’immagine deformata e allungata tanto fortemente da risultare irriconoscibile se non si adotta un particolare punto di osservazione: celeberrima, nella storia dell’arte, quella del teschio ai piedi dei «Due ambasciatori» di Hans Holbein. L’opera ritrovata a Roma è stata dipinta nel 1640 da un personaggio straordinario e poco conosciuto, Jean-François Nicéron, dell’ordine dei frati minimi fondato da san Francesco di Paola. Quando arrivò a Roma da Parigi, a 26 anni, Nicéron era già noto per i suoi studi sulla prospettiva e sulle anamorfosi (aveva pubblicato anche un trattato sulla Prospettiva curiosa) ed era in contatto con filosofi e scienziati di tutta Europa, in particolare con Cartesio. Massimo esperto di Nicéron è Agostino De Rosa, che insegna Geometria descrittiva e Storia dei metodi di rappresentazione all’università Iuav di Venezia e ha appena pubblicato il volume Jean-François Nicéron. Prospettiva, catottrica e magia artificiale (editore Aracne). De Rosa spiega che «il convento dei frati minimi di Trinità dei Monti era anche scuola per i giovani religiosi: al centro lo studio dell’ottica e della prospettiva come facevano anche i gesuiti. Scienziati, filosofi, religiosi, nella tranquillità del chiostro potevano approfondire quegli argomenti. L’ottica era di particolare interesse perché proprio nei primi decenni del ’600 sia Cartesio sia i teologi che si occupavano di prospettiva avevano individuato nella vista il “senso supremo”, quello che permette di discernere falsità e verità». Quindi il dipinto di Nicéron, insieme con quello, visibile da sempre, del suo amico e coetaneo frate minimo Emmanuel Maignan, nel corridoio opposto dello stesso convento romano, «faceva parte di un programma di studio sulla visione e sulla rappresentazione, su come l’immagine possa convincere il fedele della bontà del messaggio teologico e la sua esattezza “retinica” certifichi l’autenticità del messaggio. Tutto attraverso la prospettiva».
L’anamorfosi di Nicéron a Trinità dei Monti nasconde a sua volta una quantità incredibile di messaggi teologici e scientifici. De Rosa spiega che «Apocalisse, in greco, vuol dire “rivelazione” e l’anamorfosi è la rivelazione di un’immagine attraverso il movimento. Sulla costola del libro che si intravede nel dipinto c’è la scritta in greco antico: “L’Apocalisse dell’ottica è testimone oculare dell’Apocalisse”. Ossia quella immagine è da un lato la testimonianza visiva del racconto biblico: quando ci si muove lungo il corridoio, il corpo di san Giovanni diventa infatti un paesaggio nel quale sono visibili vari episodi dell’Apocalisse. Dall’altro, san Giovanni è anche un “testimone oculare dell’Apocalisse”: ebbe una visione della fine dei tempi nell’isola di Patmos e quello che vide viene raccontato nel testo del Vangelo che sta scrivendo».
Su un cartiglio intrecciato a un ramo nel dipinto di Nicéron, si legge: «citra dolum fallimur», cioè «siamo ingannati senza malizia»: vuol dire che con le anamorfosi non si vuole ingannare lo spettatore ma avvicinarlo a un livello più profondo di conoscenza. Un riferimento a Cartesio che, dice De Rosa, «giudicava i giochi ottici non soltanto strumenti di meraviglia, ma soprattutto dimostrazione di come la realtà naturale sia spiegabile solo attraverso le leggi delle scienze matematiche». Del matematico e pittore Nicéron, morto nel 1646 a soli 33 anni, resta un solo dipinto murale, quello di Trinità dei Monti, e poche tele anamorfiche: quattro sono nella Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, una al Museo di Storia della Scienza di Firenze. Tra poche settimane il dipinto di Trinità dei Monti sarà visibile al pubblico.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 339, febbraio 2014


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