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Predatori senza posa: quando impazza il paparazzo

Al Centre Pompidou le fotocronache dei reporter celebrati da Fellini: tra i «paparazzi», anche gli artisti, che da Hamilton alla Sherman hanno attinto da quelle immagini rubate

Come pizza, belcanto, mafia e poche altre, paparazzi è una delle parole italiane riconosciute e utilizzate in tutto il mondo, talmente precisa e individuata da non necessitare alcuna traduzione. D’altra parte, la nascita del termine si deve alla genialità di Fellini, Pinelli e Flaiano, che diedero al fotografo a caccia di scoop del film «La dolce vita» il cognome di Paparazzo: dal successo planetario di quel film, e della «Hollywood sul Tevere» che a modo suo raccontava, sono iniziate la diffusione, la celebrazione e la dannazione di quel termine e di quella professione. Non nuova, in realtà, se si ammette che questi fotografi d’assalto sono nati assieme alla possibilità di stampare le fotografie sui giornali, a inizio ’900, e che figure da tempo nella storia della fotografia come Erich Salomon o Weegee già incarnavano alcune delle caratteristiche più tipiche del mestiere: la capacità di essere sempre sulla notizia, la predilezione per i personaggi famosi, l’abilità nel cogliere il soggetto impreparato allo scatto, quando non addirittura la capacità di riprenderlo a sua insaputa.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 339, febbraio 2014


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