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Vernissage

Giò Marconi

Giò Marconi: «I miei colleghi vanno all’estero? Io invece credo nelle potenzialità della mia città: per promuovere i nostri artisti e il nostro mercato dobbiamo portare qui i collezionisti stranieri»

Giò Marconi. Foto: Joerg Frank

Da quest’anno pensare a Giò Marconi come l’«eterno» figlio di Giorgio Marconi sarà più difficile, almeno dal punto di vista anagrafico. Marconi jr compie infatti 50 anni, comprensivi dei 27 di attività galleristica. Del 1990 è la nascita della galleria Giò Marconi, per distinguerla dallo storico Studio Marconi, oggi omonima Fondazione. La sede è sempre quella, al 15 di via Tadino, dove abbiamo incontrato Giò Marconi durante i preparativi di una nuova personale di John Bock, aperta dal 14 febbraio al 22 marzo.
Qual è la sua giornata tipo?
Arrivo in galleria verso le 10-10,30; poi c’è un intermezzo palestra e il ritorno in galleria fino a sera. Dopodiché, spesso, la visita alle mostre dei colleghi. Le giornate si chiudono al telefono con gli artisti, con le loro problematiche psicologiche, cercando di capire i loro progetti, che cosa vogliono fare. Quella è la priorità: parlare con gli artisti.
Qual è l’artista più problematico tra i suoi?
Forse quella più tormentata è una giovane tedesca, Kerstin Brätsch, con cui ho cominciato a lavorare un paio di anni fa. Non riesce, forse come tanti altri artisti, a «gestire» New York, la pressione e la competizione che fanno parte del lavoro di un artista, e sono aspetti che emergono con maggiore forza quando si opera nell’epicentro americano. I problemi posti da Nathalie Djurberg sono invece di ordine psicanalitico. A un certo punto riuscivo a parlare con lei soltanto tramite il suo fidanzato, ma ora è molto migliorata, l’ho sentita e vista ieri via skype e anche fisicamente non l’ho trovata particolarmente sofferente.
E uno come John Bock non le crea problemi?
La cosa che mi piace di più è fare lo scouting e rischiare a scegliere anche fuori dalle mode. È un processo che si sviluppa anche parlando con i curatori, con gli artisti che mi segnalano dei colleghi e poi andando anche un po’ a caso, a istinto, visitando le gallerie e le biennali.
Quanto è difficile, vista la realtà del nostro mercato, per un gallerista italiano lavorare con un artista straniero, anche se giovane?
L’Italia piace moltissimo agli artisti stranieri. Non chiedono «ma in Italia vendiamo?». Non c’è tanto quest’ansia, non la percepisco, magari me la pongo io, però devi cercare di fare qualcosa per loro. Il fatto è che loro vorrebbero esporre anche nei musei italiani...
E Milano su questo versante non è così forte.
Non c’è molto, è vero. Fondazioni come Prada e Trussardi hanno giustamente una loro programmazione. Poi c’è l’HangarBicocca e ora la Triennale con Edoardo Bonaspetti (fondatore delle edizioni Mousse e dell’omonima rivista, Ndr), recentemente entrato nel dedicarsi al contemporaneo, doveva mettere da parte certe sue scelte: parlo degli Adami, dei Tadini...
Riconosce delle affinità tra il suo modo di lavorare e quello di suo padre?
Ci sono delle affinità nella misura in cui porto con me un imprinting. Cerco di applicare alcune regole con le quali sono cresciuto, ma al tempo stesso mi sono dovuto adeguare alle nuove regole.
Tra i due chi è il più impulsivo nelle scelte?
Io mi lascio più andare.
In un futuro più o meno immediato anche lei aprirà una sede all’estero?
Io, ripeto, credo in Milano. Anche per la promozione dell’arte giovane italiana è importante che i collezionisti vengano qui in Italia.
I collezionisti italiani come rispondono alle sue proposte?
Sono sempre molto attenti a ciò che espongo. Poi, certo, per promuoversi bisogna partecipare alle fiere all’estero.
Chi compone lo zoccolo duro dei suoi collezionisti?
In Italia, Patrizio Bertelli e Miuccia Prada; all’estero, Ingvild Goetz di Monaco, Tony Podesta di Washington, Sappho Ma di Hong Kong e Leon Amitai di Bogotá, senza dimenticare Tony Salamé di Beirut, un imprenditore della moda che sta facendo cose straordinarie. Ad esempio, vuole aprire un museo nella sua città: progettato da David Chipperfield, avrà sede sul mare, con una struttura che ingloba un grande shopping mall di sua proprietà.
Molti suoi colleghi lamentano il fatto che la gente non vada più in galleria, nonostante il pubblico del contemporaneo che affluisce alle biennali e alle fiere sia in continuo aumento. È lo stesso anche in via Tadino?
Il pubblico delle gallerie è sempre lo stesso. Le persone vengono soprattutto alle vernici, ma è chiaro che nel mercato oggi, un po’ speculativo sui giovani, giocano un ruolo determinante il web e la fiera. In questo senso sì, l’esperienza della galleria ne risente un po’.
Parliamo del presente, cioè della mostra di John Bock.
Espongo il film proposto alla Biennale di Venezia, legato a quello con le vetrine che contengono gli oggetti sui mondi. Allestisco diverse vetrine in galleria e poi presento altre sculture recenti.
E dopo John Bock?
Sarà la volta di Amelie von Wulffen, una pittrice tedesca nata nel 1966. Mi ha affascinato l’idea di recuperarla con la sua pittura densa di riferimenti alla storia dell’arte e altri lavori che trovo fantastici, dei «comics» molto divertenti. Seguirà Trisha Baga, più giovane (è del 1985), che lavora a New York.
Lei però ha una passione per i tedeschi.
Forse deriva dal fatto che tanti anni fa si andava a Colonia per la fiera. Mi sono sempre piaciuti artisti come Polke e Richter. Però è vero, è una passione: anche la mia compagna è tedesca!

© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato nel numero di febbraio 2014 di «Vernissage», in edicola con «Il Giornale dell'Arte»

Franco Fanelli , da Il Giornale dell'Arte numero 339, febbraio 2014


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