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Una politica dei beni culturali

Quando lo storico dell’arte era un partigiano

A rileggere oggi il saggio di Andrea Emiliani del 1974 appare sovrastimata l’importanza civile della storia dell’arte

È utile rileggere Una politica dei beni culturali di Andrea Emiliani, ripubblicato oggi a distanza di quarant’anni dalla prima edizione Einaudi, per misurare la distanza che corre tra i due momenti. Quando Emiliani scrive il libro, nel 1974, le attese per la riorganizzazione dello Stato italiano in senso regionalistico sono all’apice. Si immagina, e Emiliani immagina, che la conoscenza «capillare» del patrimonio diffuso possa orientare le scelte della classe dirigente, e che la storia dell’arte, intesa come storia sociale e antropologia culturale, possa condurre al rispetto delle diverse vocazioni territoriali. È un progetto non semplicemente antiquario, al contrario, è per più versi avantgarde: Una politica dei beni culturali si apre non a caso con il riconoscimento di un debito di gratitudine per Giorgio Morandi e Francesco Arcangeli, l’uno e l’altro profondamente legati alla «provincia» emiliana.
Agli occhi di Emiliani esiste la più stretta continuità tra politica e tutela: quest’ultima è presentata come «braccio secolare» dell’azione del partito di riferimento, il Pci.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Michele Dantini, da Il Giornale dell'Arte numero 348, dicembre 2014


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