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Il nuovo Ministero

Paura di cambiare: «Caro ministro, ascoltaci»

Verso l’approvazione della Riforma Franceschini

Roma. La prossima riforma del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (Mibact) è la sesta in pochi anni. Nata come risposta alle necessità di risparmio imposte dalla «spending review», il decreto è stato ormai approvato dal Consiglio dei Ministri ed è in attesa del via libera dalla Corte dei Conti (cfr. lo scorso numero, p. 1). Potrebbe essere in vigore agli inizi di novembre. Eppure restano alcuni punti interrogativi. Si dovranno aspettare decreti attuativi e regolamenti per capire se e come potrà davvero funzionare. Il ministro Franceschini, del resto, ha parlato della sua «rivoluzione» come di un processo ancora da perfezionare e ha dichiarato che verranno prese in considerazione proposte e osservazioni. Diversi punti della riforma sono stati apprezzati, su altri si aspettano chiarimenti. Tra le critiche, quelle più radicali sono sulla difesa del territorio e del paesaggio, fortemente indebolita, e sul nuovo ruolo delle Soprintendenze, finora indispensabili bracci operativi sul territorio, ridotto e senza autonomia. La sorpresa negativa è anche la crescita della struttura del Ministero romano, sempre più potente ma anche più distante da chi lavora nelle realtà periferiche. Nel complesso non è chiaro se sia ancora possibile rendere migliore una riforma che avrebbe avuto bisogno di un’elaborazione più meditata e forse di consiglieri più esperti.


Dieci punti per riflettere

Un gruppo di professionisti in diverse specializzazioni dei beni culturali, appartenenti a mondi separati (docenti universitari, liberi professionisti, iscritti ad associazioni culturali, dirigenti e funzionari del Mibact) hanno deciso di riflettere sulla imminente Riforma del Ministero dei Beni culturali e del Turismo. Il loro scopo dichiarato è quello di contribuire, con le loro esperienze, a segnalare aspetti positivi, punti di forza, ma soprattutto contraddizioni e carenze del testo proposto, e quindi elaborare suggerimenti e cercare soluzioni che aiutino a completare e migliorare i contenuti della Riforma Franceschini. Tra i molti che partecipano a questa riflessione citiamo: Daniela Esposito, direttrice della Scuola di specializzazione in Beni architettonici e restauro della Sapienza a Roma, il direttore emerito della stessa Scuola Giovanni Carbonara, Gianni Bulian, architetto restauratore e già soprintendente ai Beni architettonici, Rita Paris, direttrice per il Mibact del Museo archeologico di Palazzo Massimo a Roma e responsabile del Parco dell’Appia Antica, Marina Righetti, direttore del Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo della Sapienza di Roma, Luca Zevi, presidente dell’Inarch Lazio e curatore del Padiglione italiano alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2012, Antonello Stella, docente all’Università di Ferrara, Angela Marino, storico dell’Arte all’Università dell’Aquila, Emanuela Carpani, soprintendente ai Beni architettonici a Siena, Anna Maria Reggiani, già direttore regionale in Abruzzo e direttore generale per l’Archeologia, Maria Grazia Filetici, presidente di ARCo-Associazione del Restauro del costruito e architetto direttore Mibact, Maria Letizia Conforto, già architetto Mibact e membro ARCo, Maria Luisa Polichetti, ex soprintendente già direttore Iccd, membro Inarch nazionale e ARCo, Alessandro Viscogliosi, ordinario di Storia dell’architettura medievale e moderna della Sapienza, Antonella Docci, restauratrice e presidente Ari, e Costanza Pierdominici,ex soprintendente.
Sono stati da loro individuati alcuni dei punti più controversi del testo sui quali ritengono necessario un chiarimento o che vorrebbero resi compatibili e funzionali agli scopi della Riforma.
1. ArtBonus È considerato uno degli elementi più positivi della Riforma, va visto soprattutto come un provvedimento coerente al fine di coinvolgere i privati nella valorizzazione dei beni culturali pubblici usando la leva del vantaggio fiscale.
2. Autonomia dei grandi musei La Riforma contiene contraddizioni. Alcuni importanti musei non fanno parte della ristretta lista di quelli «di rilevante interesse nazionale» e quindi «dotati di autonomia speciale»: eppure si tratta di istituzioni importantissime. Ad esempio Palazzo Pitti di Firenze, considerato probabilmente dalla Riforma una semplice componente del Polo Museale Fiorentino. Viene in ogni caso ridimensionato. Andrebbe valutato che, per la varietà delle sue raccolte, quell’insieme di musei non si presta a un semplice accorpamento. In altri Paesi (Francia) vengono valorizzate le direzioni interdisciplinari dei musei per dare risposte diversificate alle domande di cultura. Nel caso del Museo Nazionale Romano, rimasto opportunamente unito alla Soprintendenza di cui oggi fa parte, ci si chiede in che modo potrà essere valorizzato e stare al passo con altre istituzioni rese autonome, visto che l’Istituto non prevede altri ruoli dirigenziali oltre a un isolato direttore generale-soprintendente.
3. I musei «minori»Il pericolo è evidente: isolati da quelli maggiori, potrebbero restare senza adeguate risorse finanziarie e senza progetti. La Riforma non dice come si intende strutturarli, finanziarli, rilanciarli. La riflessione parte dalla consapevolezza che quello del nostro Paese è, come si sa, un immenso «museo diffuso», del quale fanno parte anche tanti piccoli ma importanti musei. Costituiscono una delle caratteristiche fondamentali, un valore costitutivo della nostra diversità. Si tratta di un punto fondamentale che va affrontato e risolto in stretta correlazione con la tutela del paesaggio. Tutto questo è tanto evidente da essere ben compreso da secoli anche dai tanti ammiratori e studiosi del nostro Paese. Nel 1796 Quatremère de Quincy scriveva: «Il vero museo di Roma è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dalle rispettive posizioni delle città in rovina, dai rapporti geografici, dalle relazioni tra tutti gli oggetti, dai ricordi, dalle tradizioni locali e dagli usi ancora esistenti, dai paragoni e dai confronti che non si possono fare se non nel Paese stesso». Nel progetto di riforma non vi è alcun accenno a questa realtà.
4. La nuova struttura del Ministero La Riforma prefigura una struttura molto accentrata, con ben 12 Direzioni generali. Il rischio può essere quello di una sovrapposizione di competenze, accompagnata da mancanza di chiarezza e aggravio delle procedure. Ancora una volta la Francia ha adottato un assetto ben diverso: la recente riforma della Pubblica Amministrazione ha ridotto le Direzioni del Ministero: Segretariato generale, una Direzione generale del Patrimonio, una della Creazione artistica, e una dei Media e delle Industrie Culturali. Questo produce grande semplificazione di decisioni e di procedure. Alcune Direzioni previste dalla Riforma dovrebbero essere concepite come strutture interdisciplinari: ad esempio la Direzione Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane spezza l’unità della tutela che dovrebbe comprendere quella del Paesaggio e quella delle Periferie.
5. Istituti declassati Alcuni Istituti prestigiosi, che hanno fama e compiti internazionali, vengono declassati e resi dipendenti dalle Direzioni generali. Il caso più clamoroso è quello del Iscr (Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro) previsto sotto la Direzione generale Educazione e Ricerca. In questo modo perde la sua necessaria autonomia. Per questi istituti, il livello previsto è dirigenziale di seconda fascia, addirittura inferiore a quello di alcuni musei (per esempio la Galleria Borghese). Sarebbe necessario ripensare anche a un più giusto equilibrio tra le direzioni dei diversi musei, anche perché l’attuale architettura verrà sconvolta dalla Riforma che prevede nei «musei maggiori» direttori autonomi scelti per concorso.
6. Il livello periferico: le SoprintendenzeLa Riforma prevede che le Direzioni regionali diventino Segretariati regionali con a capo dirigenti di seconda fascia. Sarebbero quindi allo stesso livello dei soprintendenti di settore che dovrebbero coordinare: un’evidente confusione di ruoli e di autorità. Tra gli altri compiti, per esempio, le previste Commissioni regionali dovrebbero riesaminare, su richiesta degli Enti locali, i pareri emessi dai soprintendenti di settore. Questo entro pochissimi giorni. Se la Commissione è in contrasto e annulla i pareri emessi dal soprintendente, il testo di Riforma prevede che competente a decidere in via definitiva sia addirittura il Consiglio dei Ministri. Nessuna riforma potrà risultare efficace e competitiva senza considerare il ruolo dei direttori, vera struttura produttiva e operativa di un sistema che è (e potrà essere ancora di più) catalizzatore di lavoro e di indotto con le novità introdotte dalla Riforma.
7. La tutela garantita È assolutamente necessario rafforzare le Soprintendenze sia negli organici che nella formazione (che deve essere continua) e nella selezione al reclutamento. I compiti delle Soprintendenze si sono infatti ingigantiti anche in relazione a una crescente pressione e aggressione al territorio: non possono più limitarsi a compiti di conservazione e restauro. I soprintendenti sono di fronte ai complessi problemi delle città e dello sviluppo urbano. Anche per questo la Riforma dovrebbe promuovere l’Alta formazione e la Ricerca in materia di qualità architettonica e valorizzazione territoriale.
8. Qualità degli interventi La Riforma dice troppo poco su valorizzazione, tutela e qualità degli interventi. Si dovrebbe tendere a due obiettivi: una legge su architettura e sviluppo della cultura della qualità architettonica, e una nuova legge sugli appalti. Tra i compiti della Direzione generale delle Belle arti non viene neppure nominata la necessità di una particolare attenzione alla qualità dei progetti di restauro.
9. Soprintendenze cancellateLa Riforma non considera il livello e l’importanza di alcune Soprintendenze di rilevanza internazionale che sono destinate a sparire, assorbite nelle Soprintendenze unificate. Un esempio per tutti: la Soprintendenza dell’Etruria meridionale, di rilevanza mondiale, che tutela e studia i massimi centri Etruschi.
10. Soprintendenze misteLa Riforma prevede che siano rette di regola da un dirigente architetto. Questo rischia di far passare in secondo piano l’intero patrimonio storico artistico del Paese. La presenza di storici dell’arte in un ruolo sempre subordinato non può che indebolire ogni loro possibilità di intervento.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 347, novembre 2014


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