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L'Avvocato dell'arte

Il Tar non è più così nazionalista

Una sentenza chiarisce che anche opere che siano testimonianza di civiltà diversa dalla nostra giustificano il regime di tutela

Una recentissima sentenza del Tar del Lazio (Sez. II quater, depositata il 5.09 u.s.) prende posizione sui limiti oggettivi della tutela del patrimonio culturale, ossia sul punto nodale del diritto dei beni culturali. Per intendere esattamente la portata del problema, è necessario procedere ad una sua esposizione ordinata, che può così articolarsi:
a. La tutela, che ha origine con la dichiarazione dell’interesse particolarmente importante di un determinato bene culturale (artt. 10-15 Dlgs. 42/04), si traduce in pesanti limitazioni delle facoltà del proprietario, che non potrà esportare il bene fuori dal territorio nazionale, che non potrà alienarlo senza il preventivo esperimento del diritto di prelazione dello Stato eccetera.
b. L’art. 42/2 Cost. riconosce e garantisce la proprietà privata, in tutte le sue articolazioni, ma riserva alla legge «i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale»: dunque, le limitazioni prima indicate sono coordinate alla funzione sociale del bene culturale, testimonianza avente valore di civiltà (art. 2/2 cit. Dlgs.)
c. A questo punto, si pone il problema: il bene culturale deve assolvere alla sua funzione in rapporto soltanto alla nostra identità nazionale o in senso universalistico? In altri termini, un bene culturale può essere tutelato dal nostro ordinamento giuridico solo nel caso in cui assolva alla funzione di testimonianza della nostra civiltà e della nostra cultura o quando abbia comunque un rilievo culturale, anche in rapporto a diverse civiltà?
È questo il quesito affrontato dal Tar del Lazio e risolto con notevole equilibrio.
Partiamo, come sempre, dal fatto.
Nel lontano 1981, la Soprintendenza competente aveva sollecitato l’apposizione del vincolo per un dipinto fiammingo che, a suo dire, costituiva testimonianza dell’«interscambio tra l’arte fiamminga e quella italiana del sec. XVII, imprescindibile per la comprensione dello sviluppo della nostra cultura figurativa». Nel 2008, il proprietario dell’opera aveva sollecitato la revisione del vincolo (art. 128 Dlgs. 42/04), deducendo, fra l’altro, l’incerta attribuzione dell’opera e l’incerta sua appartenenza a una famiglia lucchese di antica tradizione: ossia l’incertezza sui due punti fondamentali posti a fondamento del vincolo. L’istanza di revisione era stata respinta «con motivazioni generiche, in parte contraddittorie e in parte elusive rispetto alle emergenze istruttorie». Di qui il ricorso al Tar, che è stato accolto, con annullamento del provvedimento negativo.
Vogliamo ora ricostruire il percorso attraverso il quale il Tar, accogliendo il ricorso, ha fissato i limiti della tutela del patrimonio culturale presente in Italia.
I giudici amministrativi partono da un principio costituzionale fondamentale, quello consacrato nell’articolo 9 della Costituzione, ove si dice che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
A giudicare dalla lettera della norma richiamata, sembrerebbe che i limiti del diritto di proprietà coordinati alla funzione sociale del bene culturale siano da individuare nella attitudine di esso a costituire testimonianza della nostra civiltà e di essa soltanto. Quindi, il nostro ordinamento giuridico sarebbe di impronta strettamente nazionalista: esso si fonda, infatti, ancora ed essenzialmente sulla cosiddetta legge Bottai, 1.06.1939 n. 1089, emanata nel contesto fortemente nazionalistico voluto dal regime fascista. Peraltro, questa interpretazione sarebbe certamente angusta e in contrasto con un fenomeno nuovo, ma che incide prepotentemente sul diritto vivente: la globalizzazione, che elimina i confini sia del mondo economico sia di quello della cultura.
Non dimentichiamoci che anche negli anni Trenta, in periodo dunque di forte nazionalismo, la cultura italiana entrò in contatto con la cultura americana e la sua impronta «realistica» ha una portata certamente europea, se non universale.
Dunque, circoscrivere i limiti del diritto dei beni culturali alle sole testimonianze della cultura nazionale sarebbe un’operazione riduttiva, concettualmente inammissibile.
Il Tar allora precisa: «L’esigenza di comprendere nel patrimonio culturale anche beni culturali di diversa provenienza va commisurata, secondo un giudizio che è necessariamente comparativo [...], alla predetta funzione sicché si deve assicurare la presenza sul territorio nazionale di tali beni in misura sufficiente, sotto il profilo quantitativo, ed adeguatamente rappresentativa, sotto il profilo qualitativo della significatività dell’oggetto, in modo da consentire, anche in Patria, l’approfondimento della conoscenza delle civiltà straniere di cui sono testimonianza».
Dunque, anche beni che siano testimonianza di culture diverse dalla nostra possono costituire oggetto di tutela, ma alla sola condizione che siano particolarmente significativi, dal punto di vista del raggiungimento culturale e della loro identità (autore, provenienza eccetera). Nel caso di specie, tali condizioni non ricorrevano o comunque non erano dimostrate, vista l’incerta paternità dell’opera e il suo livello non particolarmente eccelso.
Questo il senso della decisione del Tar, che abbiamo voluto sottolineare come notevole contributo allo scioglimento del nodo fondamentale del diritto dei beni culturali: quali siano le caratteristiche della testimonianza di civiltà perché essa assuma rilevanza privilegiata nel nostro ordinamento giuridico, giustificando i limiti del diritto di proprietà.

Fabrizio Lemme , da Il Giornale dell'Arte numero 347, novembre 2014


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