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Editoriale

La rivincita dei soprintendenti

Subito, il giorno dopo, li avevamo sopranominati Matteuccio e Franceschiello. Due nomignoli rinascimentali per due giovanotti della borghesia toscana ed emiliana con una gran voglia di strafare. Dopo 220 giorni, possiamo chiederci come sono andati? Risposta. Franceschiello come Matteuccio. A parole, benissimo. Fatti molti, moltissimi, ma anche furibonde reazioni. Prevedibili. Forse (in parte) evitabili.

1. La voglia di fare. Crederci
Diciamo che di Franceschiello ci è piaciuta la determinazione di fare. Di fare subito. Quel certo suo entusiasmo ideale. Il suo sbrigativo pragmatismo: non perdere tempo con i perditempo. Franceschiello è un interventista. Diverso dai pietrificati e inetti Bondi e Ornaghi. E dal meditabondo Bray. Bene non avere esitato a legare il patrimonio artistico al turismo: come obiettivo, ma soprattutto come fonte di risorse. Bene avere tacitato elitarismi conservatori senza i piedi per terra, che avrebbero prolungato l’altezzoso separatismo (leggasi: immobilismo) del passato.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014



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