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Se i beni culturali scoprono il design

Le tecnologie digitali possono offrire opportunità ai musei e al patrimonio artistico

Un allestimento interattivo nel rinnovato Rijksmuseum di Amsterdam

A prima vista il titolo in sé design&cul-turalheritage è fuorviante.
L’abbinamento lascia perplessi, tanto siamo soliti utilizzare la definizione design per altre storie, legate al fluire veloce del tempo più che abbinarla al cultural heritage che risuona come una pietra, a volte tombale. E se ne devono essere accorti pure i grafici di questa insoluta esigenza tanto da ribadire il concetto unendo nel titolo le due definizioni con l’aggiunta della «e» commerciale. Insomma, ci dicono, saranno cose diverse ma, in fondo, della stessa compagnia (nel senso di company). Probabilmente lo stridìo sarebbe stato inferiore se si fosse usata in riferimento a design anche la parola «interface» (Ui, User Interface). Avrebbe chiarito di più? Forse, ma sicuramente meno efficace. Se non altro però avrebbe introdotto o suggerito un elemento fondante in questa branca di studi tanto importanti e delicati quanto ignorati dai più. E cioè che ci stiamo muovendo in una logica duale: da  un lato i beni culturali e dall’altro tutte le tecnologie e le procedure di applicazione da esse derivate che (tramite l’utilizzo di interfacce di varia natura) vanno a incidere, modificare o esaltare il bene stesso.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Massimo Melotti , da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014


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