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Così si onora Michelangelo: più luce, più aria

Il direttore dei Musei Vaticani illustra la nuova illuminazione della Cappella Sistina

La Volta della Cappella Sistina

In coincidenza con i 450 anni dalla morte di Michelangelo, la Cappella Sistina, vittima di un’eccezionale  «pressione antropica», presenta un nuovo impianto di ricambio d’aria e una nuova illuminazione,  offerti da sponsor leader di settore. Li illustra il direttore Paolucci.

Città del Vaticano. Come poteva il Vaticano onorare i 450 anni della morte di Michelangelo? Un luogo, il Vaticano, che ospita i capolavori sommi realizzati dal Buonarroti durante l’arco della sua lunghissima vita, dalla «Pietà» di San Pietro, lucente prodigio della prima giovinezza, alla «Volta» e al «Giudizio» della Sistina, fino alla cupola, l’eroico progetto dell’ultima vecchiaia? Potevamo allestire una mostra oppure organizzare una serie di conferenze, chiamando da tutto il mondo i più grandi specialisti di Michelangelo.

Noi abbiamo preferito onorarlo consegnando alla sua opera somma, gli affreschi della Sistina, provvedimenti tecnologici destinati a durare nel tempo: il nuovo impianto di ricambio d’aria e la nuova illuminazione, il primo fornito dalla americana Carrier, il secondo dalla Osram, l’uno e l’altra aziende leader nei rispettivi settori. Entrambi gli interventi, offerti alla Santa Sede a titolo di liberalità, sono costati un po’ più di tre milioni. Il convegno organizzato all’interno dei Palazzi Apostolici il 29 e 30 ottobre prossimi servirà a illustrare le caratteristiche tecniche dei nuovi impianti e sarà l’occasione per ricordare il grande restauro diretto da Fabrizio Mancinelli e condotto da Gianluigi Colalucci che Papa Giovanni Paolo II inaugurò l’8 aprile 1994. Molti ricorderanno le clamorose polemiche che accompagnarono quell’intervento. Tutto nacque da un equivoco che io vorrei definire «filosofico».

Infatti la pulitura di quegli affreschi celebri (ed era la prima volta che il fenomeno, divulgato ed enfatizzato dai media si rendeva visibile con così grande e quasi didattica evidenza) ci ha fatto capire che quando si interviene su un capolavoro assoluto la cui immagine è profondamente radicata negli occhi, nella memoria e nelle attese del pubblico, bisogna tener conto di quello che io chiamo la «patina immateriale». Altro non è che l’immagine del capolavoro alla quale siamo abituati; l’immagine che la sensibilità e la cultura di un certo periodo storico hanno costruito. Per le donne e gli uomini del Novecento, Michelangelo è dramma, tensione spirituale, «tormento ed estasi». La scura camicia di sporco e di polvere consolidata che ottundeva la superficie originale era avvertita come pertinente e, anzi, costitutiva di quella «idea» di Michelangelo che la critica, la letteratura, il cinema e quindi la sensibilità e il gusto avevano costruito.

Da ciò, a pulitura avviata e poi conclusa, lo sconcerto e il dissenso anche da parte di autorevoli critici d’arte. La questione non erano i solventi applicati nell’occasione i quali, messi in opera secondo protocolli sperimentati e rigorosi, hanno fatto egregiamente il loro lavoro. La questione era il Michelangelo colorato, storicamente corretto, filologicamente impeccabile, che tuttavia clamorosamente contraddiceva una idea della Sistina che abitava l’immaginario del pubblico colto fin dai manuali del liceo.

A vent’anni di distanza da un intervento che oggi tutti ritengono impeccabile, sicuramente il più impegnativo e il più importante del XX secolo, i problemi che ci stanno davanti possono apparire persino più gravi di quelli che allora Fabrizio Mancinelli e Gianluigi Colalucci correttamente affrontarono e felicemente risolsero. La Cappella Sistina era e resta un serio problema. Lo sappiamo noi come lo sapeva Michelangelo. Non per nulla abbiamo scelto come emblema del convegno, affidandolo a una medaglia in bronzo, il volto anamorfico deformato e tribolato di Michelangelo, così come appare nel celebre san Bartolomeo del Giudizio.

Il problema principale della Sistina è quello che i manuali chiamano «pressione antropica». I visitatori superavano di poco il milione di unità prima dell’inizio dei restauri, erano due milioni nel 1990 dopo la scopertura della Volta, superarono i tre nel 1994 dopo l’inaugurazione della pulitura del «Giudizio». Oggi sfiorano la cifra «monstre» di 6 milioni di persone all’anno. Un numero così importante di individui, specie in certi giorni e in certi periodi dell’anno, produce umidità, emissioni di anidride carbonica, accumulo di polveri. L’impianto progettato da Michel Grabon della Carrier con il coinvolgimento degli specialisti dei Musei e dei Servizi tecnici vaticani (da Ulderico Santamaria, responsabile del Laboratorio di diagnostica scientifica, a Vittoria Cimino, curatrice dell’Ufficio del conservatore, da padre Rafael García de la Serrana Villalobos, direttore dei Servizi tecnici vaticani, agli ingegneri Roberto Mignucci e Marco Bargellini) garantirà il controllo dell’umidità e della temperatura e l’abbattimento degli inquinanti.

Sbaglierebbe chi pensasse che il nuovo impianto di climatizzazione è stato progettato e messo in opera per fare entrare ancora più gente nella «Cappella Magna» dei Palazzi Apostolici. Non è così. Il nuovo impianto di climatizzazione è stato progettato e messo in opera per garantire la compatibilità degli attuali flussi di presenza umana con i corretti standard di conservazione degli affreschi. Oltre, in termini di numero di visitatori tollerato e compatibile, non è possibile andare. Questo è vero per la Cappella Sistina come è vero, più in generale, per i Musei Vaticani nel loro complesso. «Nuovo respiro e nuova luce in Cappella Sistina» si intitola il convegno. Perché l’impianto illuminotecnico led di Osram sarà la visibile, strepitosa novità per i visitatori della Sistina.

Una luce leggera, morbida, «non eloquente» accoglierà d’ora in poi i visitatori di quella che io chiamo la «Cappella del mondo». Nessuna esaltazione del primato di Michelangelo ma, al contrario, lo svelamento della Sistina in tutti i suoi aspetti di stile e di storia. Per la prima volta i pittori del Quattrocento (Perugino e Botticelli, Ghirlandaio e Luca Signorelli, Cosimo Rosselli e Bartolomeo della Gatta), quelli che molti neppure guardano perché Michelangelo è come una luce troppo forte che acceca tutto il resto, avranno l’ammirazione che meritano.

Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani

Antonio Paolucci, da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014



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