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L'incubo di Lynch

Il grande regista ha un'ossessione per le industrie e per il corpo

David Lynch, «Untitled (England)», fine anni '80- primi '90. © Collezione dell'artista.

«Amo l’industria per le sue strutture, per i suoi suoni. Mi piacciono i lavoratori perché costruiscono cose, lavorano con materiali reali. Il mondo della fabbrica è una musica, le macchine sono organizzate come fossero un’orchestra». Anche se l’intervista è di quasi trent’anni fa, le parole di David Lynch sembrano oggi un’introduzione ideale a quanto esposto nella personale, in corso fino al 31 dicembre alla Gallery del Mast di Bologna, «David Lynch. The Factory Photographs» (catalogo Prestel Verlag). Curata da Petra Giloy-Hirtz in collaborazione con il Mast e la Photographers’ Gallery di Londra, la mostra presenta 124 immagini in bianco e nero, che il regista americano ha scattato tra 1980 e 2000 nelle fabbriche intorno a Berlino, in Polonia, in Inghilterra, e poi a New York, in New Jersey e a Los Angeles. Cineasta di culto, oltre che pittore, scrittore, compositore, fotografo e fumettista, Lynch ha sempre dichiarato la sua ossessione per le strutture industriali, cattedrali di un mondo che si estingue, abbandonato al tempo, con ciminiere e comignoli che si alzano come torri.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Chiara Coronelli , da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014

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