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Il meglio e il peggio dell’anno

Un Paese in stallo

Gli addetti ai lavori confermano che l'immobilismo del nostro Paese contagia anche la politica culturale, ma si spera nel ministro Bray. E, in assenza di prospettive, ci si aggrappa al passato: l'uomo dell'anno è l'umanista Pietro Bembo

Torpore preagonico

Come sempre, viste le usanze nazionali e il sempre valido aforisma del Gattopardo, è raro che in Italia gli accadimenti, anche i più vistosi, producano cambiamenti. Ma nel nostro Paese, nel 2013, sono accadute un sacco di cose: è caduto con Monti il primo governo tecnico della seconda Repubblica; le elezioni anticipate hanno portato in Parlamento con un congruo numero di seggi il non partito dell’antipolitica; si è fatto un altro governo all’inedita insegna delle larghe intese ovvero dell’emergenza; un papa si è dimesso (fatto quanto meno raro nella millenaria storia della chiesa cattolica) e se n’è fatto un altro che al predecessore non somiglia neanche un po’; Berlusconi è stato condannato e, almeno per il momento, è uscito di scena; nelle piazze gli indignati si sono armati di forconi e i dissesti sociali e i disordini a essi correlati stanno prendendo forme preoccupanti. Eppure, a leggere le risposte sul meglio e sul peggio nell’arte nel 2013 pervenute dagli addetti ai lavori, sembra che in Italia non sia accaduto nulla: normale, visto che è la politica culturale uno dei temi principali della nostra inchiesta annuale.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


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