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Restauro

Roma

A mani mozze nel Foro

Concluso il restauro di Santa Maria Antiqua e del suo palinsesto unico di affreschi con pitture dei monaci in fuga da Bisanzio a causa dell’Iconoclastia

Un particolare della parete palinsesto di Santa Maria Antiqua a Roma

Roma. Dopo dodici anni si sono conclusi i restauri di Santa Maria Antiqua, il più antico monumento cristiano del Foro della capitale che tornerà visitabile dopo decenni (è rimasto chiuso per oltre un ventennio prima dell’avvio dei lavori) a partire dalla prossima primavera, una volta smontati i ponteggi e stabilizzato il microclima. Il poderoso intervento ha anche recuperato e ricollocato parte dello straordinario e raro ciclo pittorico della cappella di San Teodato che si estende anche sulle colonne della navata centrale. Staccati a più riprese nel corso del Novecento, gli affreschi dopo il consolidamento sono tornati a risplendere nella loro posizione originaria. Costruita nel VI secolo alle pendici del Palatino con i materiali, laterizi, mattoni e marmi della Domus Tiberiana, la chiesa venne arricchita di 320 metri quadrati di affreschi realizzati tra il 550 e il 767. Sepolto dai detriti del terremoto dell’847, l’edificio è stato abbandonato per oltre dieci secoli alla pioggia e all’acqua che scendeva dal Palatino e se n’è persa la memoria, a parte l’incursione nel 1702 di un cavapietre che scavando trovò l’abside dipinta ma la risotterrò.
Fu riscoperta, priva dei tetti, nel 1900 da Giacomo Boni che per quattro anni tentò il primo, difficile recupero. Una porzione delle pitture venne staccata e depositata nei magazzini, quelle lasciate sulle pareti furono rivestite e protette da materiali che hanno finito per aggravarne i danni. «Alcune parti dipinte vennero fissate con cornici di cemento e grappe di ottone e infine trattate con una cera minerale per proteggerle dall’umidità. Il degrado delle pitture non si fermò: per salvarle abbiamo dovuto rimuovere anche un chilometro e mezzo di bordature di cemento e 490 grappe di rame», spiega il responsabile dei lavori, l’architetto Giuseppe Morganti che sta dedicando particolari cure a uno dei dipinti staccati nel 1901. Con il tempo si è trasformato in una inedita versione di un affresco a «doppia faccia»: per un curioso fenomeno di sovrapposizione, i vari strati pittorici hanno restituito una diversa immagine, una sorpresa per i visitatori che arriveranno alla riapertura. Restano da completare i pavimenti del piano rialzato del presbiterio e dell’abside, i primi conservano parte della policromia originale, già di stampo cosmatesco, gli altri per fortuna sono stati ben recuperati dall’opera di Giacomo Boni. I lavori sono stati finanziati dal Mibact con 1 milione e 655mila euro e dal World Monuments Fund con 717mila dollari. Né a Roma, che ha la più grande area archeologica di ogni altra città, né in nessuna parte del mondo si conservano pitture simili: «Testimonianze davvero uniche, per la conoscenza dello sviluppo dell’arte medievale e bizantina. Da questi affreschi, fatto unico nella storia dell’arte, scaturisce una linea che parte dalla pittura romana imperiale, passa attraverso quella cristiana, dialoga con l’arte di Bisanzio e approda a Giotto», afferma Mariarosaria Barbera, soprintendente ai Beni Archeologici di Roma. La quasi totalità del patrimonio pittorico bizantino andò distrutto dalla Iconoclastia del 726 imposta dall’editto dell’imperatore d’Oriente Leone III. Ordinava la distruzione delle immagini sacre e fu allora che i monaci fuggono da Costantinopoli con «le mani mozze», arrivano a Roma e fanno scuola ai giovani allievi: diffondono così l’arte pittorica bizantina nell’Urbe. Santa Maria Antiqua si arricchisce delle loro pitture che si stratificano sui cicli di quelle più antiche.
Dal 2009 al 2013 sono stati condotti delicati interventi per salvare la zona presbiteriale che comprende il Cristo pantocrator: «Era ridotto molto male, è stato recuperato a un livello che sarebbe stato impensabile all’inizio dei lavori», dice Mariarosaria Barbera. Qui si trova «la parete palinsesto su cui si sovrappongono sette strati d’intonaco decorato, cinque dei quali figurati tra l’altro con la Maria regina in trono del VI secolo e l’Annunciazione dipinta mezzo secolo dopo cui appartiene il viso dell’“Angelo bello” con il suo straordinario naturalismo d’impronta ellenistica».

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