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Restauro

Barocco mendicante

Il fastoso altare maggiore seicentesco in marmi policromi intarsiati della chiesa di San Francesco d'Assisi a Gerace costituisce uno dei più alti documenti del Barocco calabrese

Gerace (Rc). Si è concluso il primo lotto dei lavori di restauro della monumentale chiesa di San Francesco d’Assisi, una delle più importanti strutture degli ordini mendicanti dell’Italia meridionale, dichiarata bene architettonico di interesse nazionale, con altari marmorei seicenteschi e il pregevole sarcofago Ruffo (1372). L’intervento, iniziato nel settembre 2011 e finanziato dal Mibact con 190mila euro, è consistito in lavori interni edili ed impiantistici: sono stati consolidati i giunti sconnessi degli elementi lapidei dell’arco trionfale del 1664 e delle cornici delle monofore e sono stati realizzati gli impianti di illuminazione (che valorizza l’essenziale architettura dell’edificio), videosorveglianza e antivandalismo. È stata inoltre valutata la sicurezza sismica del monumento e, per l’approfondimento della conoscenza delle fasi costruttive, i lavori sono stati preceduti da una campagna di indagini. «In ossequio ai criteri classici su cui si fonda la disciplina del restauro monumentale, spiega il direttore dei lavori, l’architetto Maria Reggio della Soprintendenza per i Beni architettonici delle province di Reggio Calabria e Vibo Valentia, sono stati utilizzati materiali e tecniche per quanto più possibile tradizionali, da qui la scelta della tinteggiatura a calce e di una pavimentazione in elementi di cotto artigianale di formato e disegno di posa semplici, nel rispetto dei caratteri propri di una chiesa del XIII secolo di un ordine mendicante, improntata a criteri di semplicità e pauperismo, costruita a Gerace dove è ampiamente documentata già in data antecedente al XIII secolo la presenza di numerose fornaci e la lavorazione dell’argilla locale». L’edificio è destinato a sede di eventi culturali. Nella foto: il fastoso altare maggiore seicentesco in marmi policromi intarsiati, che costituisce uno dei più alti documenti del Barocco calabrese.

Silvia Mazza, da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


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