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Il Giornale delle Mostre

Torino

Sirene e fantasmi al Cinema Calandri

Allo Spazio Don Chisciotte, dipinti e incisioni in una retrospettiva nel ventennale della scomparsa dell’artista torinese

Mario Calandri, «Tiro ai fantocci», 1966

Torino. Per Maurizio Fagiolo dell’Arco l’incontro con la produzione di Mario Calandri fu una folgorante scoperta: era il 1996 e lo studioso romano era stato incaricato dell’introduzione al Catalogo generale delle incisioni dell’artista torinese, un volume edito da Allemandi. Che un appassionato cultore di De Chirico e della pittura moderna italiana non avesse nozione di Calandri, la dice lunga circa l’appartata quiete in cui quest’ultimo aveva operato; che Fagiolo, da allora in poi, sia entrato nel novero dei maggiori sostenitori calandriani, è invece la prova della qualità assoluta di quanto aveva da poco conosciuto. «L’incisione come virtù, la pittura come vizio», scrisse all’epoca lo storico dell’arte, riferendosi a quella che aveva interpretato come una sorta di «doppia vita» di Calandri (1914-93): da un lato il professore di incisione, appunto, all’Accademia Albertina; dall’altro l’artista che, in studio, si lasciava invasare dal demone del colore. Ma il pittore e l’incisore dialogavano eccome, e lo si vede in una piccola retrospettiva allestita sino al 25 gennaio nello Spazio Don Chisciotte, sede espositiva torinese della Fondazione Bottari Lattes, e curata da Vincenzo Gatti. Di pari intensità, infatti, è la carica sensuale che anima i due versanti, in verità complementari; sorprende, caso mai, come il segno e la materia incisi dall’acquaforte sortiscano esiti «pittorici» senza che il linguaggio calcografico indebolisca l’identità lessicale della calcografia. La mostra, comprensiva di 21 opere provenienti da collezioni private e dall’Archivio intitolato all’artista, spazia dai primi anni Sessanta agli anni Ottanta, entrando subito, in apertura di cronologia, nella piena maturità dell’autore. Dopo una prima fase prossima agli esiti tonali della Scuola Romana, nel 1964 apparivano infatti alla Galleria La Bussola di Torino i «teatrini», tecniche miste a olio e collage dedicate a interni abitati da misteriose e inquietanti figure: il loro «habitat» è costituito da piccole sale cinematografiche, baracconi di luna park, circhi, bagni pubblici, case di ringhiera e lupanari. Palcoscenici e insieme «scatole magiche», labirinti e caleidoscopi in cui ogni frammento apre varchi verso analogie e rimandi, quei luoghi erano evocati da Calandri utilizzando fotografie d’epoca ritagliate, vecchie decalcomanie, un continuo ricorso a diverse soluzioni pittoriche e materiche. A tenere insieme questo ricco repertorio tecnico era una stupefacende padronanza del gesto pittorico e del colore: lo si vede, nella mostra attuale, in opere quali «Cine Splendor» (1969), «Alhambra» (1968, dedicato a un bar cittadino), «Il palazzo delle meraviglie» (1967): è il mondo malinconico e onirico che ispirava anche le incisioni di quegli anni e nel quale, tra mascherine e sigarettaie nei cinema, nudi adolescenziali, automi e marionette, sembrano coabitare Guido Gozzano e Joseph Cornell, George Bellows e Guido Ceronetti, Edward Hopper e Sandro Penna, Max Ernst ed Henry James, erotismo popolano e madeleines proustiane. L’equilibrio compositivo di quelle opere, il dominio dello spazio pittorico, sorprendono soltanto chi ignora gli esordi calandriani sul versante dell’affresco e della decorazione. Insieme, Calandri dimostrava di aver preso contatto con le correnti informali e con le altre neoavanguardie dell’epoca: è la libertà gestuale a confermarlo, ed essa trionfa anche in una tavola concepita come illustrazione, «Quante ’l villan...», ispirata al XXVI canto dell’Inferno dantesco. Una scioltezza che ritorna nella tarda maturità, negli acquerelli (in mostra in significativo nucleo) dedicati a nature morte domestiche eppure, ancora una volta, sensuali e ipnotiche in virtù di un colore che si fa mimetico rispetto all’oggetto raffigurato, senza per questo indebolire la pittura con leziosità iperrealistiche. L’equilibrio tra «torinesità» e linguaggi internazionali dell’arte, fra dramma e scena di genere, tra noir e commedia, incubo e «bozzetto» di vita quotidiana, fra pittura d’alta scuola e nuove tendenze affacciatesi in quegli anni, in primis la Pop art britannica, è il filo conduttore della ricerca di Calandri e, allo stesso tempo, il trait d’union che tiene insieme una personalità complessa e sfaccettata, non ancora del tutto svelata e compresa.



Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


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