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Mostre

Venezia 

Luce cangiante eppur costante

La luminosità è il filo conduttore di una serie di confronti alla Guggenheim Collection

Edgar Degas, «Fanciulla stesa che guarda un album», 1889 ca, collezione privata, New York / Kiki Smith, «Sonnambula con gufo», 2004. Galleria Raffaella Cortese

Venezia. È la quarta edizione della serie «Temi & Variazioni», curata da Luca Massimo Barbero per la Collezione Peggy Guggenheim. L’operazione consiste nello scegliere un filo conduttore attorno al quale dipanare l’intreccio di insospettabili relazioni tra opere spesso assai differenti. Un modo di sparigliare giudizi già consolidati, creando rotture e, allo stesso tempo, di stabilire nuovi raffronti, ma in un quadro in cui «tutto si tiene», precisa Barbero. L’opera di riferimento per questa edizione è «L’impero della luce» (1953-54) di Magritte, di qui il titolo della mostra, in programma dal primo febbraio al 14 aprile: «Temi e variazioni. L’impero della luce». «È un’opera fortemente enigmatica, con opposte polarità: la contrapposizione giorno e notte, luce e buio, sotto e sopra», spiega Barbero. Inserita a metà percorso entra in dialettica con un’opera di Hiroshi Sugimoto del 1997, a dimostrazione che certe assonanze riaffiorano nel tempo anche a distanza di molti anni. Non è l’unico caso. Si veda, ad esempio, in apertura di esposizione, l’abbinamento tra la giovane donna distesa di Degas, databile intorno al 1889, e la sonnambula di Kiki Smith del 2004. In questo caso protagonista è il sogno e il suo vissuto inconscio, generato dall’oscurità. L’opera di Degas è un prestito di una collezione privata americana che concede anche un Matisse, un Rothko e un Richter.
La rassegna è ricca di nomi e, soprattutto, ha un’estensione cronologica notevole, spaziando appunto dal Degas del 1889 all’ultima composizione a forma di albero, a metà strada tra un Arbre Magique e il simbolo di un deodorante, di Nate Lowman, datata 2013. Ma ci sono anche Thomas Ruff o Piotr Uklanski, autore di un teschio concepito come citazione, a distanza di mezzo secolo,  del cranio di leopardo di Dalí, fotografato da Philippe Halsman. Quest’ultimo agiva in piena congerie surrealista, che costituisce con Dalí, Man Ray e Delvaux, la cui «Aurora» del 1937 è posta a confronto con l’«Uomo foresta» di Germaine Richier del 1945-46, uno dei fili conduttori della mostra, al quale è riferibile anche la straordinaria serie di 36 acqueforti del 1935-42 di Marcel Jean.
L’assunto di partenza è declinabile in molti modi, come si vede nel capitolo dedicato alla città, con il parallelo tra il ponte dipinto di Matisse e quello fotografato da Basilico, o la periferia urbana di Sironi accostata all’edificio con graticcio dei Becher, in contrapposizione agli alberi primitivi e idillici di David Hockney o al paradiso peruviano di Thomas Struth. Un altro capitolo, in questa serie di confronti anche per differenze e antitesi, è dedicato alla nuova concezione dello spazio come quella esemplificata dai buchi di Fontana o dal tondo di Anish Kapoor che, al contrario, secondo Barbero, include lo spazio nella sua opera per modificarlo. Senza dimenticare l’irrompere dell’Action Painting e dell’Espressionismo astratto con la gestualità di Jackson Pollock che stende il colore bianco direttamente dal tubetto o con le figure femminili stravolte di un De Kooning o la svolta degli anni Ottanta di Richter, fino alla dissoluzione della pittura e della luce in un monocromo di Rothko. A conclusione un omaggio a Fausto Melotti: a una sua scultura intitolata «Tema e variazioni» si ispirò la prima rassegna del ciclo, nel 2002. Le sculture scelte sono quello degli ultimi dieci anni, connotate da leggerezza e musicalità.



Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


  • René Magritte, «L’impero della luce» (L’Empire des lumières), 1953–54 Olio su tela, 195,4 x 131,2 cm Collezione Peggy Guggenheim, Venezia  © René Magritte, by SIAE 2013

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