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Quell’Italia giovane e libertyna

Ai Musei San Domenico di Forlì una grande mostra sull’Art Nouveau: 150 artisti per 330 opere tra dipinti, sculture, arazzi, vetri, arredi, abiti e merletti

Giorgio Kienerk, L’enigma umano: il dolore, il silenzio, il piacere (part. del trittico) post 1900 olio su tela Pavia, Musei Civici

Forlì. Il termine «Liberty», che si diffonde in Italia alla fine del XIX secolo caratterizzando l’Art Nouveau internazionale, deriva dai magazzini londinesi di Arthur Liberty che esponevano regolarmente oggetti d’arte e tessuti disegnati. Questo legame tra arti figurative e decorative è al centro della mostra «Liberty. Uno stile per l’Italia moderna», allestita ai Musei San Domenico dal primo febbraio al 15 giugno (catalogo di Silvana Editoriale). I curatori Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca e Alessandra Tiddia (direzione generale di Gianfranco Brunelli) hanno riunito oltre 330 opere di 150 artisti.
Maria Flora Giubilei, perché una rassegna dedicata al Liberty?
Dopo le due rassegne dedicate a Wildt nel 2012 e al ’900 nel 2013, la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ha voluto proseguire nell’indagine su protagonisti e ambiti del ’900 italiano. A dieci anni dall’ultima importante esposizione di Fabio Benzi al Chiostro del Bramante di Roma, la mostra intende esplorare la grande stagione del Liberty italiano, uno spaccato articolato e ricco di capolavori su un gusto, ma anche una visione del mondo, che ha dominato l’Europa nell’epoca esaltante, per il suo slancio progressista, tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e la prima guerra mondiale. Anche per l’Italia il Liberty ha rappresentato un ambizioso progetto di rinnovamento, nell’affermazione di un nuova estetica che rappresentasse, superando lo Storicismo e il Naturalismo che avevano dominato gran parte del secolo, le aspirazioni della modernità.
Com’è strutturato il percorso?
Si snoda attraverso quindici sezioni, ha un’impostazione cronologica e, al contempo, tematica: prende l’avvio, all’indomani del trionfo internazionale dell’Art Nouveau all’Exposition des Arts Décoratifs di Parigi (1900), con l’incredibile invenzione modernista dei coloratissimi e rutilanti padiglioni progettati dal grande architetto Raimondo D’Aronco per l’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative di Torino (1902) e la linea sinuosa e avvolgente del manifesto che Leonardo Bistolfi realizzò per l’evento, e prosegue con la diffusione, nell’eterogeneo territorio italiano per esperienze storiche, politiche e culturali di una giovane nazione alla ricerca, non senza contraddizioni e rigurgiti storicistici, di uno stile ufficiale moderno e aggiornato sulle istanze delle nuove esperienze internazionali che, tra Francia, Austria, Germania e Nord Europa stavano caratterizzando le ricerche più aggiornate in tutti i settori artistici. Come per tutte le esposizioni realizzate a Forlì, la mostra offre l’occasione ai curatori di proporre un sguardo particolare sull’arte espressa dal territorio attraverso una sezione specifica: il Liberty, che vide l’Emilia-Romagna in prima linea nella ricerca sull’avanguardia modernista, fu una vera officina con personalità come Francesco Nonni, Alfredo Baruffi e, soprattutto, Domenico Baccarini, del quale nel 2007 si è celebrato il centenario della precoce scomparsa, a soli 25 anni, con alcune importanti mostre tra Ravenna e Faenza. L’attenzione al territorio si esplica anche attraverso una collaborazione con il Mic, Museo Internazionale della Ceramica di Faenza.
Quali sono le opere più significative esposte in mostra?
I dipinti di Adolfo De Carolis, di Giulio Aristide Sartorio, di Vittorio Corcos e di Giorgio Kienerk, le sculture di Leonardo Bistolfi e di Libero Andreotti, gli arazzi e i vetri di Vittorio Zecchin, i progetti di Alfredo Campanini e di Giuseppe Sommaruga per i palazzi liberty milanesi; i disegni per le architetture palermitane e i mobili disegnati da Ernesto Basile per la Ducrot con le parti modellate da Antonio Ugo. Gli abiti della Duse e le preziosissime ceramiche di Richard-Ginori, di Duilio Cambellotti, completi salotti liberty del genovese Alberto Issel e del milanese Luigi Fontana, la «sedia-chiocciola» del 1902 di Carlo Bugatti della Gare d’Orsay di Parigi, le incisioni di Aubrey Beardsley, Alphonse Mucha e di Francesco Nonni, i dipinti di Segantini e di Longoni, i bronzi di Hans Stoltenberg Lerche e di Emilio Quadrelli, i ferri battuti di Mazzucotelli e i manifesti di Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich e Aleardo Terzi, i merletti dell’Aemilia Ars.
Come viene risolto il confronto tra arti «maggiori» e arti decorative?
Pur volendo evitare il rischioso effetto «mercatino», in mostra non ci sarà soluzione di continuità tra arti figurative e arti decorative.
Si può dire che il Liberty tentò la prima riunificazione della giovane Italia unita?
In parte sì e, soprattutto, il Liberty fu in grado di gettare ponti fra varie realtà regionali italiane, riuscendo talvolta a eliminare, con la proposta di un linguaggio dagli accenti internazionali, per certo sovraregionali, vernacoli artistici abusati; altre volte, invece, al Liberty si affiancò il linguaggio a tratti forte, a tratti nutrito di antinaturalismo neomichelangiolesco di chi cercava nelle radici della storia lo stile della «giovine» Italia.
Qual è la situazione degli studi sul Liberty in Italia?
Non siamo affatto indietro rispetto all’estero. Dopo la storica mostra milanese sul Liberty italiano del 1972, fondata in buona parte sui precoci studi, tra il 1967-68, di Rossana Bossaglia, per il Liberty e il Déco si è aperto il fronte della ricerca universitaria e del mercato, significativo aspetto che va di pari passo con gli studi in un vicendevole gioco di riposizionamento verso l’alto del valore di una certa produzione artistica. Ricordo con rimpianto la lucidissima e appassionata docenza della Bossaglia all’Università di Genova, capace di stimolare l’entusiasmo negli studenti, come la sottoscritta.

Stefano Luppi , da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


  • Ettore Tito, L’amazzone, 1906. Genova, Civiche Raccolte Frugone
  • Carlo Stratta, «Aracne», 1893, Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna
  • Maria Flora Giubilei
  • Galileo Chini, La primavera classica, 1914. Montecatini, Accademia d’Arte Dino Scalabrino

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