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La Metropolitana dell’Arte a Napoli: Stazione Toledo, uscita Montecalvario (nomen omen)

Oliviero Toscani, Razza Umana, 2013. Foto di Peppe Avallone

Napoli. L’inaugurazione della seconda uscita della Stazione Toledo, in piazza Montecalvario, segna definitivamente e con evidenza che la città è schiacciata da una problematica dicotomia, che separa in ogni sua forma l’arte dalla funzione. Da un lato la magnificenza di un’opera pubblica che risplende per la cura e l’intelligenza progettuale dell’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, per gli artisti scelti da Achille Bonito Oliva, coordinatore artistico di tutta l’operazione «Metropolitana dell’Arte», e per il perfetto incastonamento delle loro opere con il contesto architettonico e culturale su cui insiste la nuova uscita; dall’altro uno sconcerto senza tregua tra i tanti utenti che, pur volendo trovare nell’arte un pretesto di vita, si interrogano sulle motivazioni per le quali la più bella metropolitana d’Europa, costruita nella terza città più grande d’Italia, abbia una frequenza reale tra una corsa e l’altra da rendere competitiva anche una passeggiata turistica. Un servizio o un «museo obbligatorio», come lo definì Bonito Oliva forse cogliendo, prima del tempo, che la linea 1 della metropolitana fosse solo un pretesto per fare arte, rendendo superfluo il tema dei servizi pubblici?
Se così fosse, il piano visionario è meraviglioso: l’arte si impossessa del trasporto pubblico fino a svuotarlo della sua primogenia, fino a renderlo marginale, insignificante, forse volgare. E così l’arte, non più primus inter pares, diventa l’unico servizio di pubblica utilità per la vita degli uomini. E di arte, quindi, ci occupiamo.
L’esperienza c’è e si esercita con felicità. Immergersi da via Toledo (stazione inaugurata nell’aprile 2012 con opere di William Kentridge, Achille Cevoli e Bob Wilson) nelle viscere sotterranee della città e spuntare, dopo corridoi con tapis roulant di circa 80 m e scale mobili lunghe anche oltre 60 m, nel cuore attivo di Napoli, i Quartieri spagnoli, che con generosità hanno concesso a una piazza di trasformarsi, di mutare la visuale dei suoi affacci, di modificare gli incroci dei passaggi, le prospettive dei «bassi», è una significativa prova che l’arte totale è una tensione ancora pulsante.
E questo lo sa l’architetto catalano (il cui progetto è nella rosa dei primi due selezionati per il premio di architettura Leaf International Awards 2013, che si terrà a Londra il  20 settembre), che ha scelto di guardare alle stratificazioni geologiche di Napoli interpretandole come stati d’animo e non solo come conformazione di un territorio: il nero della terra, l’ocra del tufo, l’azzurro del mare (che non è solo orizzonte, ma anche base sui cui la città poggia).
Lo sa ancor di più Achille Bonito Oliva che individua in Oliviero Toscani, Lawrence Weiner, Shirin Neshat, Ilya ed Emilia Kabakov e Francesco Clemente gli interpreti per questo progetto.
«Razza umana» è un lavoro fotografico realizzato da Toscani, mescolando spietati primi piani a figure intere, volti noti a gente qualunque, amici a nemici, napoletani a forestieri, in un lungo collage di più di 2mila scatti in cui protagonista è l’umanità varia e incostante, ma che appare anche filtrata da una patina molto pubblicitaria. Il gioco dei riconoscimenti è facile e divertente in una vetrina in cui solo l’anonimo veramente anonimo o chi conta per davvero, secondo l’artista, possono entrare.
La scritta «Molten copper poured on rim of the bay of Naples» (Rame fuso colato sulle rive della baia di Napoli) dello statunitense Weiner, invece, accompagna la salita e la discesa della scale mobili senza fine, con la consueta pulizia grafica di scritte in argento specchiante sui pannelli neri.
Il dramma di oggi è quello della Napoli secentesca, espresso nel progetto di Shirin Neshat «Il teatro è vita, la vita è teatro – Don’t ask where love is gone», realizzato con fotografie di Luciano Romano. Puntuale interprete delle dinamiche emotive e culturali, l’artista iraniana ha affidato a nove attori il compito di narrare la loro vicenda personale, tra storie vere e private, consapevole di agire in una città in cui in cui il dramma collettivo si esaurisce in quello privato, che è sanguigno e predominante. Nove sfumature di dolore, dallo smarrimento alla rabbia, nei volti di altrettanti attori che, con un’efficace soluzione allestitiva, sembrano affacciarsi dalle abitazioni popolari dei quartieri napoletani: i «bassi», appunto.
Infine «The Flying-Le tre finestre», tre giganteschi pannelli in ceramica di Ilya ed Emilia Kabakov, le cui leggere figure volanti che si tengono per mano in un fiabesco girotondo sembrano condurre idealmente al lavoro di Clemente «Engiadina» in mosaico e ceramica, che si rifà, quindi, all’arte classica e, in particolare, al vasellame miceneo.
Nel giorno dell’inaugurazione, questa opera d’opera d’arte totale, in cui arte e vita di confondono, si è poi trasformata in un colorato, spontaneo e inconsapevole happening all’aperto nella piazza di Montecalvario, dove scugnizzi più che uomini di azienda, tatuaggi tribali più che costose scarpe alte hanno correttamente ri-territorializzato il luogo, rimarcandone l’appartenenza.  Poco dispiaccia a chi non vi fosse: le opere rimangono lì, nel più bel museo di Napoli, che, solo pretestuosamente, si diceva, è anche una «metropolitana». L’happening pure è costantemente lì, come estensione quotidiana e necessaria di vita del quartiere.

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Olga Scotto di Vettimo, edizione online, 19 settembre 2013


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