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Il tallone di Achille

Il diavolo veste Prada. E il critico?

Celant è un ipocrita. Dal greco: chi non sa recitare. A Venezia, dopo segni di bulimia espositiva fuori e versus la Biennale esemplificata con l’emblematica presenza di un McQueen soufflé e flottant in laguna, si dichiara preoccupato per l’identità culturale della città. Ferita, a suo dire, dall’attivismo di fondazioni e sponsor che esibiscono in tal modo la loro forza economica e relativo protagonismo. Ma si ricorda di dimenticare l’infelice performance della sua «Arte e Moda» a Firenze e di dirigere una fondazione che fa capo a una casa di haute couture. Per la quale ha prodotto un’opera di trasloco da Berna a Venezia in una mostra che ricostruisce la mostra di Szeemann del 1969. Un ready made espositivo e un global remake a conferma della profezia di Nietzsche: la vetrinizzazione del mondo nell’epoca della sua irrilevanza, la postmodernità. Installazioni trapiantate in laguna, simulazione espositiva con perdita della naturale profondità spaziale di opere in situ nel museo svizzero. Esercizio di una memoria storica per la quale bastava un libro invece di un evento espositivo giocato tra boutique e critique. Il diavolo veste Prada. E il critico?


Achille Bonito Oliva, da Il Giornale dell'Arte numero 333, luglio 2013


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