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Edimburgo

Che cosa fa uno scozzese ai Tropici? Sogna di essere Gauguin

All’Art Festival, oltre a Franz West e Gregor Schneider, la prima importante personale in patria di Peter Doig

Peter Doig, «House of Pictures (Carrera)», 2004. Courtesy of private collection

Edimburgo (Scozia). Se si pensa che è nato in Scozia (nel 1959), stupisce che la mostra «Peter Doig: No Foreign Lands» alla Scottish National Gallery dal 3 agosto al 3 novembre, uno degli highlight dell’Art Festival di Edimburgo, sia la prima importante rassegna dedicata all’artista nel suo Paese. Doig ha vissuto nella capitale scozzese fino ai due anni, ma è cresciuto a Trinidad e in Canada, prima di studiare a Londra dove, negli anni Novanta, è diventato uno dei principali pittori della sua generazione e ora è uno dei più quotati sul mercato. Doig è tornato a Trinidad nel 2002 e il rinnovato rapporto con i Tropici è il soggetto centrale dei quadri della mostra scozzese. «Ho stabilito un contatto più vicino e diretto con il mio soggetto, dichiara il pittore. Mentre prima lavoravo attingendo più direttamente ai ricordi o a fonti esterne come le fotografie, quando sono tornato a Trinidad ho iniziato a usare sempre più spesso cose che vedevo e mi ispiravano». Il primo risultato è l’esplosione di colori più forti, come si vede in «Cricket Painting (Pargrand)» (2006-12). «Il colore può essere molto più vivido in una luce come quella», spiega. Del ritorno in Europa nei mesi invernali dice: «Sembra quasi che ti venga una cataratta perché tutto cambia, la luce è completamente diversa. E quando viaggi nell’altra direzione è quasi come se ai tuoi occhi fosse stato asportato uno strato; tutto è più vivido». Doig sottolinea anche un aspetto spesso ignorato dei Caraibi: il buio dura dodici ore al giorno. «Alcuni elementi dei miei quadri traggono ispirazione anche da questo, afferma. È un aspetto che vedo molto in Gauguin: se cancelli il soggetto e tutto il resto rimane una consapevolezza del buio, di essere vicini all’Equatore». Gauguin è uno dei pittori più presenti nel lavoro recente di Doig, insieme a Matisse, da lui definito «un pittore coraggioso», ma anche «un’influenza pericolosa, perché dipingeva con apparente facilità e grande stile». All’inizio della sua carriera Doig voleva negare di essere in qualsiasi modo legato ad altri artisti: «Non che pensassi di essere l’unico, ma non mi interessava. Invecchiando mi sono avvicinato all’arte classica e l’ho apprezzata di più. È uno degli aspetti migliori dell’essere pittore; senti che c’è un rapporto, non importa quanto spurio». La mostra rivela la rielaborazione radicale di alcuni temi: «Non penso a me stesso come a un pittore serio, ma ci sono alcuni lavori, come il quadro raffigurante una grossa pila di altoparlanti, delle forme monolitiche («Maracas», 2002-08, Ndr), che si potrebbero considerare come un elemento geometrico nella mia pittura, con pareti e scatole, che in un certo senso non sono né pareti né scatole ma semplicemente forme. Ho dipinto un quadro molto grande e ne ho iniziato un altro circa un anno fa, e l’ho finito per la mostra di Edimburgo. È molto diverso da quello precedente».
La mostra di Doig è una delle 50 in programma in 30 sedi diverse per l’Art Festival, tra le quali un omaggio a Franz West a Inverleith House dal 13 luglio al 22 settembre, e una nuova opera (una delle sue tipiche sequenze di stanze) di Gregor Schneider alla Summerhall dal 2 al 31 agosto. Altre dieci nuove commissioni sono proposte al pubblico in diverse location cittadine, come l’opera di Peter Liversidge che farà sventolare sui pennoni di Edimburgo delle bandiere con la scritta «Hello».

Ben Luke , da Il Giornale dell'Arte numero 333, luglio 2013


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