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Vernissage

Amsterdam

Un gigante chilometrico «barocco» e minimalista

Dopo 10 anni e una spesa di 375 milioni si è riaperto il Rijksmuseum: l’arte e la storia nazionale s’intrecciano in uno spettacolare percorso che abolisce le gerarchie tra i settori

Il prospetto posteriore, affacciato sul canale, dell’edificio museale progettato da Pierre Cuypers nel 1876 e inaugurato nel 1885. Foto: Iwan Baan. Image courtesy of Rijksmuseum

Un museo sempre più vasto e colorato, sempre più internazionale, sempre più olandese. Il nuovo Rijksmuseum ha riaperto le sue porte al pubblico il 13 aprile (cfr. lo scorso numero di «Il Giornale dell’Arte», p. 19).
L’attesa per l’evento, dopo una chiusura per restauri di ben 10 anni e 375 milioni di euro spesi (di cui 100 di provenienza statale), è stata soltanto di poco superata, il 30 aprile, da quella per l’incoronazione dei nuovi regnanti, Guglielmo Alessandro e la ben più amata Máxima, dopo l’abdicazione della regina Beatrice. È stata lei a tagliare il nastro del museo nazionale rinnovato, ultimo, significativo atto ufficiale di una sovrana nota per la sua passione per l’arte (contrariamente al figlio, amante degli sport soprattutto acquatici, si sente raccontare sottovoce), in un Paese che continua a riconoscere l’alto valore culturale, identitario ed economico del proprio patrimonio artistico, pur in un momento di grave crisi finanziaria («Oggi non si potrebbe certo avviare un progetto così costoso e ambizioso come il museo appena inaugurato», ripetono molti operatori del settore). Il nuovo Rijksmuseum si sviluppa lungo un percorso di ben 1,5 km, interamente dedicato all’esposizione delle opere e ai servizi ai visitatori; gli uffici sono stati spostati all’esterno. Gli altissimi standard del progetto, che ha previsto la completa trasformazione museografica e impiantistica dell’architettura originaria di Pierre Cuypers, inaugurata nel 1885, sono l’esito di un lavoro di squadra che fa capo agli spagnoli Cruz e Ortiz per il progetto architettonico, a Van Hoogevest Architecten per i restauri dell’edificio e al francese Jean-Michel Wilmotte per l’allestimento. Con oltre 8mila opere in 80 sale (ma sono più di un milione nelle collezioni), il Rijksmuseum è sempre di più il grande museo della cultura e della storia olandese: non soltanto i grandi maestri del Secolo d’Oro, il Seicento di Rembrandt, Vermeer, Jan Steen e Frans Hals, ora protagonisti nelle 30 sale della Galleria d’onore riportata alla gloria cromatica di fine ’800 (con la «Ronda di notte» alla fine del percorso, unica opera a non aver cambiato collocazione), ma anche la grande tradizione navale, rappresentata attraverso spettacolari modellini d’epoca. Non soltanto la pittura, la scultura e le oreficerie del Medioevo e Rinascimento locale nel loro stretto rapporto, anche economico e politico, con Italia, Francia e Germania, ma anche le sale dedicate a musica, oreficerie, armi, incisioni, cimeli, maioliche di Delft e porcellane di Meissen, allestite nella forma di «Sezioni speciali» di approfondimento. E ancora: non solo i tre Van Gogh delle sale del Sette e Ottocento ma anche, nel sottotetto, la sezione del XX secolo (novità assoluta), con il biplano «F.K.23 Bantam» progettato nel 1918 dal pioniere olandese dell’aviazione Frederick Koolhoven, le poltrone di Gerrit Rietveld degli anni Venti e l’abito «Mondriaan» di Yves Saint Laurent del 1965. Anche la nuovissima sezione d’Arte orientale, accolta nel padiglione appositamente realizzato da Cruz e Ortiz su due piani, di cui uno interrato, è illustrata attraverso la lente della politica (coloniale e culturale) dei Paesi Bassi nella loro espansione di grande potenza mondiale.
È Wim Pijbes, il direttore del museo dal 2008, a spiegare: «Nel museo del passato le categorie erano tradizionali: pittura, arti applicate, storia internazionale. Questi elementi non costituiscono più sezioni separate, ma formano oggi un circuito continuo disposto attorno all’atrio centrale. I visitatori camminano attraverso la storia dei Paesi Bassi dal Medioevo al XX secolo accompagnati da dipinti, arredi, arazzi, ceramiche, vetri, abiti, servizi da tavola. Tutti insieme, combinando il senso del tempo con quello della bellezza, riportano alla vita i diversi secoli rappresentati. Nessun altro grande museo internazionale ha fatto proprio questo approccio. Noi siamo il museo in cui l’arte e la storia si fondono». La sfida del museo è dichiarata: «Stimolare la gente e accogliere lo spirito del tempo». Sono attesi 2 milioni di visitatori annui (erano 200mila nel 1885, 1,4 milioni nel 2003)che troveranno il Rijksmuseum, unica galleria nazionale al mondo, aperta al pubblico 365 giorni all’anno. Essi potranno percorrere un museo molto diverso da quello chiuso dieci anni fa: nuovi spazi, nuove sezioni, nuove collocazioni, disposti su 4 diversi livelli. Con la sola costante delle tonalità dei grigi alle pareti, i pavimenti in legno chiaro, le 230 teche di cristallo dal disegno essenziale realizzate dall’italiana Goppion, gli spot all’avanguardia appositamente prodotti da Philips, le panche imbottite, diffuse e numerose. Le sezioni dal 1100 al 1600 trovano ora collocazione sotto le volte neomedievali dei «seminterrati» (al livello della nuova «piazza» interna dei servizi), ambienti perfettamente funzionali alla presentazione di sculture (la «Mater dolorosa» di primo Cinquecento attribuita a Pietro Torrigiani, una terracotta dipinta che emerge dal «total grigio scuro»), dipinti, ostensori, altari portatili in avorio. Qui come in tutto il museo, l’Olanda è al centro, è il c uore degli allestimenti e dei testi (pochi e sintetici, pochissimi gli apparati multimediali: le opere devono parlare «da sole»); tutt’intorno, i rapporti internazionali, gli influssi, le eredità. Gli olandesi sono sempre stati dei grandi viaggiatori e i Paesi Bassi hanno rappresentato nei secoli un crocevia dell’Europa. Nella sezione del Rinascimento in Italia, ad esempio, se di Carlo Crivelli viene sottolineata l’ispirazione ai modelli olandesi del Cinquecento, della «Venere» attribuita a Lambert Sustris viene sottolineato il debito a Tiziano, di cui il pittore nato ad Amsterdam nel 1515 circa e perlopiù attivo a Venezia fu collaboratore. Così, nel Padiglione asiatico le opere da India, Indonesia, Cambogia (a piano terra) e Cina, Giappone e Corea (al livello interrato) sono lette attraverso la vicenda plurisecolare dei contatti tra Paesi Bassi ed Estremo Oriente, fino all’inizio dell’attività collezionistica a inizio ’900. Oggi la sensazione per chi entra nel Museo, oltre allo straniamento rispetto a un’immagine di colore e decorazioni mai più viste da quasi un secolo, scandita dalle cornici colorate, dai grandi affreschi storici di Georg Storm e dalle cariatidi dorate, è quella di una spazialità dilatata: nell’atrio di 2.330 mq la vista corre dagli altissimi tetti di ferro e vetro per un’illuminazione quanto più naturale fino ai servizi (guardaroba, caffetteria e bookshop su più livelli), ospitati nelle corti interne appositamente scavate. Alla grande attenzione per le esigenze del visitatore si affianca un’estrema eleganza che coniuga il «minimalismo-invadente» dei nuovi interventi (i grandi portali marmorei di accesso alle sale espositive del piano ribassato, le strutture-sculture di metallo bianco appese alle capriate metalliche) con l’iperdecorativismo dell’edificio storicista, oggi addirittura rafforzata dalle decorazioni interne completamente restaurate sulla base dell’archivio dei progetti di Cuypers e di fotografie d’epoca (responsabile degli interventi sulle pitture è Claudia Junge-Dijkman dell’atelier Sral di Maastricht). Inaugurate nel 1910, erano state completamente imbiancate nel 1920, vittime di una volontà di annullamento del contenitore a favore del contenuto, proseguita fino ad anni recenti. Per un’anteprima, 140mila opere sono a disposizione su Google Art, ad alta risoluzione; 125mila sono rese scaricabili e utilizzabili liberamente, «copyright free» (www.rijksmuseum.nl). «Vogliamo che tutti ci conoscano, che il museo sia davvero aperto e “circoli” attraverso i suoi capolavori», conferma il direttore Wim Pijbes. Anche così il Museo ha inseguito il suo pubblico durante la lunga chiusura e, soprattutto, sta costruendo parte di quei 2 milioni di visitatori attesi nelle sue sale nei prossimi mesi.

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Alessandro Martini , da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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