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Libri

Il nudo

Una storia senza veli

Dalla Venere di Willendorf alle performance della Abramovic nel racconto di Flaminio Gualdoni

La copertina del volume di Flaminio Gualdoni

«La nudità è un fatto di consapevolezza, di coscienza. È uno stato dell’animo e dello sguardo». Aprendo con queste parole il suo testo dedicato alla rappresentazione del nudo Flaminio Gualdoni dà il senso a tutta la storia che si dipana nelle pagine seguenti e che traccia, con approfondimenti e rimandi, il riferimento primario delle arti visive. Una storia che inizia agli albori dell’umanità con il simbolismo della fertilità e della femminilità. Successivamente nella Grecia classica Afrodite è la rappresentazione della bellezza ma è anche dea della visione e quindi delle arti del vedere. Visione celeste e desiderio carnale si assommano e continueranno il loro gioco, palese o celato, per secoli rappresentandolo nelle arti visive.
Nell’antica Grecia il nudo è al centro di valori estetici ed etici. Bellezza ma anche eccellenza fisica e morale competono all’atleta, al guerriero e al cittadino. I Greci delle origini si riconoscono nella scultura raffigurante il giovane nudo, paradigma di proporzioni, bellezza che diviene classica in cui ethos e pathos si confrontano: «tutto ciò che è buono è bello, ed il bello non è privo di simmetria». La bellezza del corpo si trova nella proporzione delle parti. L’Apollo classico ne era il modello. Se la coscienza dell’insieme formato da parti sta alla base della polis greca nel periodo successivo con l’affermarsi dell’impero di Alessandro, crogiuolo di genti, le divinità rimandano a modelli policentrici e individuali. L’elaborazione di una soggettività, prima sconosciuta, esalta il mito di Narciso. Ora è l’individuo che si rapporta al divino e il mito di Narciso che rimanda a un processo di riproduzione dell’immagine, è trasposizione dell’arte stessa. Nella Roma repubblicana «l’inizio della scelleratezza è il denudare i corpi in pubblico», come afferma Ennio. Il nudo è per gli schiavi, per i nemici vinti, per i criminali, per coloro che devono sottostare ai castighi della legge. È per il Cristo in croce, sulla cui nudità vilipesa poggerà la forza della fede. Nell’impero, accanto al nudo eroico di modello greco che assume il condottiero o l’imperatore come «divus», ben presto si afferma il nudo di matrice ellenistica in cui la mitologia pagana è pretesto che a fatica nasconde il piacere degli occhi. La «luxuria», da un lato sfarzo e ricchezza pubblicamente accettata, alla moda greca, e dall’altro dissolutezza di costumi, si diffonde ampiamente come stanno a testimoniare nel I secolo d.C. i reperti pompeiani e l’ampio repertorio di veneri. Ma è nel Cinquecento che si giunge alla piena teorizzazione e rappresentazione con l’Uomo vitruviano di Leonardo e nella superba realizzazione nella Pietà Rondanini di Michelangelo, dove lo studio del corpo lascia il campo alla creazione artistica al di là del rapporto con il classico. Dai nudi belliniani a Giorgione e Tiziano le varie allegorie cedono sempre più il campo al compiacimento dello sguardo, alla piena bellezza carnale dei corpi. Il nudo, elemento di riferimento primario, segna con le sue varie interpretazioni il mutare dei tempi. Nel clima della controriforma il Giudizio Universale di Michelangelo, voluto da Clemente VII, turba il sonno dei benpensanti e soprattutto del clero ma è anche artisticamente dirompente: l’unità formale dell’affresco diviene straripante visione dei corpi. Toccherà a Daniele da Volterra, sotto Pio IV, coprirne le nudità ritenute scandalose, passando alla storia con l’appellativo di Braghettone. Del resto foglie di fico compaiono in sculture e dipinti a coprire le pudenda di veneri, eve e adami, e anche cristi in croce. In tempi più recenti, negli anni del dopoguerra la mistica fascista si deve inchinare a un molto prosaico e democristiano senso del pudore: le statue degli atleti del Foro Italico dovranno indossare foglie di fico in metallo che l’allora sottosegretario Giulio Andreotti definì «cazzarolette». Seguendo il percorso dell’arte dalle lussureggianti visioni di Rubens e Bernini si giunge sino agli ultimi maestri del Barocco come Sebastiano Ricci, Luca Giordano e Tiepolo e all’impianto teatrale di Caravaggio. La grande pittura galante del Settecento porta a compimento il processo di laicizzazione dello sguardo. Abbandonate le pose auliche, tutto diviene voluttà. Le scoperte di Winckelmann e la filosofia illuminista riportano l’attenzione sulla Grecia e sulla componente etica dell’arte, virtù filosofica e morale ma anche metafora della verità «nuda». Ma è nel confronto tra Neoclassicismo e Romanticismo che il nudo svolgerà una funzione ancor più dirimente nelle vicende dell’arte: la realtà effettiva sostituisce l’idealità. La nuova classe sociale, la borghesia, non sa che farsene della mitologia, volge lo sguardo alla realtà del mondo brulicante della rivoluzione industriale, apprezzandone anche la sua spettacolarizzazione con modelle in carne e ossa, odalische sognate, prostitute viste per strada. La scandalosa «Olympia» di Manet ci riporta una donna che nella sua nudità è espressione di modernità, sfacciatamente conscia del suo stato e disposta a giocarsi un ruolo nella società. Per gli impressionisti il nudo è funzionale al recupero della realtà in chiave antiaccademica inserita nel grande tema del nuovo linguaggio dell’arte sino alla monumentalizzazione della forma come nelle «Grandi Bagnanti» di Renoir.
Le vicende dell’arte contemporanea mutano completamente la visione del corpo. Mentre nella fotografia si libera dei riferimenti ai canoni del passato, nella pittura e nella scultura il corpo umano diviene nella sua specificità strumento espressivo, tavola pittorica o materia da plasmare. L’arte rinunciando alla sfida di rappresentarlo, se ne appropria. Con Yves Klein e Piero Manzoni il corpo diviene strumento, aprendo agli inizi degli anni Sessanta a tutta la lunga stagione della sperimentazione. Da Neuman ad Abramovic il corpo nudo viene esposto in performance e in video, filmato, fotografato, manipolato e ingiuriato nelle forme estreme. Diviene scultura vivente, elemento di denuncia, materiale da plasmare. Tanto da attestarne ancora una volta la sua centralità.



Storia generale del nudo, di Flaminio Gualdoni, 296 pp., ill., Skira, Milano 2012, € 29,00

Massimo Melotti, da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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