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Una santa patrona mancata

Breslavia (Polonia). Era cresciuta in Slesia, regione passata dal dominio nazista al regime comunista dopo il 1946, in un’atmosfera permeata di incertezza e brutalità, ma era nata in quella parte di Polonia orientale che oggi è la Bielorussia, in cui polacchi, ucraini ed ebrei avevano convissuto in pace per generazioni fino all’arrivo dei tedeschi, i quali costrinsero gli ucraini a uccidere gli ebrei e a sottomettere i polacchi.
Nata a Staniewicze il 25 febbraio 1937 da una famiglia di agricoltori, Barbara Piasecka Johnson era abbastanza vecchia da aver vissuto esperienze che, per quanto straordinaria sia stata poi la sua vita, dovettero per forza influenzarne la visione del mondo. Molte persone, infatti, la ricordano come «una donna molto complicata»: piacevole, a patto che nessuno le mancasse di rispetto o la contrariasse. Trattava male i sottoposti, i collaboratori e i mercanti; deve essere stato gratificante per lei il ruolo di benefattrice, ma, a parte gli ultimi anni della sua vita, fu in grado di rovinare molte situazioni a causa del suo bisogno ossessivo di avere il controllo di ogni dettaglio in qualunque rapporto instaurasse. Arrivò negli Stati Uniti nel 1967, con una laurea in Storia dell’arte e 200 dollari nel portafoglio. Quattro anni più tardi era diventata la moglie di un miliardario più vecchio di lei di 42 anni, proprietario della casa in cui lavorava come domestica. J. Seward Johnson (membro della famiglia proprietaria della multinazionale farmaceutica Johnson & Johnson) e Basia, il nomignolo con cui veniva chiamata, si fecero costruire una villa a Princeton, nel New Jersey, che lei ribattezzò Jasnaja Poljana («radura luminosa»; nella foto in alto), come la casa di Tolstoj. In cima alle scale c’era «Bird in Flight» (L’uccello d’oro) di Brancusi, che Harold Diamond, un mercante di New York, aveva venduto loro insieme ad altri capolavori di arte moderna. Alla morte del marito Basia ereditò 500 milioni di dollari (384 milioni di euro ca), ridotti poi a 300 (230, in euro) più alcune proprietà in seguito a una causa, risolta extragiudizialmente, intentata dai sei figliastri che l’accusarono di «aver esercitato un’eccessiva influenza» su loro padre. I suoi interessi artistici si spostarono dall’arte moderna agli antichi maestri, grazie ai consigli di Harry Bailey e Adrian Ward-Jackson, due giovani ma importanti mercanti inglesi che per un certo periodo gestirono la sua vita: attraverso le opere che le vendettero, le persone che le presentarono e la vita sociale a cui la introdussero. «Diventerò più importante di Henry Clay Frick», disse una volta. Tra le opere di sua proprietà c’erano uno «Studio di testa e mano» di Raffaello, acquisito alla prima asta a Chatsworth House (castello nel Derbyshire, in Inghilterra, dimora dei duchi di Devonshire, Ndr), uno dei rari disegni del Mantegna raffigurante la discesa al Limbo di Cristo, e due «Studi di drappeggio» di Leonardo, comprati nel 1989 per, rispettivamente, 5,8 e 5 milioni di dollari. Essendo cattolica, apprezzava molto anche le grandi tele barocche con soggetti religiosi, e ne acquistò diverse dal gallerista londinese Patrick Matthiesen, il quale ricorda come, dopo la causa, aveva in mente di far erigere a Jasnaja Poljana un imponente mausoleo sul modello delle opere del Bernini, provvisto di rifugio antiatomico da realizzare sotto l’altare. Altare sopra il quale avrebbe piazzato il dipinto di Giovanni Benedetto Castiglione «San Francesco che venera la Croce», venduto dallo stesso Matthiesen. Ma il progetto si fermò alle sole fondamenta. Il crollo dei regimi comunisti rafforzò in lei il desiderio di far ritorno a casa. Nel 1989 il suo slancio idealista si concretizzò in una utopica offerta per salvare i cantieri navali di Danzica, in cui era nato il movimento Solidarnosc. Alcuni sostengono che nel 1990, per rimediare e salvare la faccia, pagò di tasca propria la mostra con circa 80 dei suoi dipinti a tema religioso intitolata «Opus Sacrum», allestita da Franco Zeffirelli nel Castello Reale di Varsavia. In quel momento il suo consulente di fiducia era diventato Jozéf Grabski, fondatore del periodico «Artibus et Historiae», ma negli anni ’90 Barbara iniziò ad alienare la propria collezione.
Dopo un contenzioso con il fisco statunitense, lasciò Jasnaja Poljana per il Principato di Monaco, poi Assisi (era devota a san Francesco) e Breslavia, dove era cresciuta. Le vendite più importanti delle sue opere sono state un «Ritratto di uomo» del 1658 di Rembrandt, acquisito per 24 milioni di euro ca a un’asta di Christie’s nel 2009 dal costruttore di casinò di Las Vegas Steve Wynn, e il Badminton Cabinet, mobile di ebanisteria fiorentina del XVIII secolo, anche questo tramite Christie’s, venduto al principe del Liechtenstein nel 2004 per 22,5 milioni di euro ca, che la Johnson aveva acquistato nel 1990 per poco più di 10 milioni di euro. Abbandonata progressivamente la vita mondana, Basia si dedicò sempre più a opere filantropiche, interessandosi molto al problema dell’autismo nei bambini e fondando in Polonia l’Istituto per lo sviluppo infantile, sul modello del Princeton Child Development Institute. Alla fine riuscì a trovare un po’ di pace, tanto che alla English Chopin Society, che supportò e per la quale acquistò un pianoforte, la ricordano con grande affetto. È morta il primo aprile e il suo funerale è stato celebrato nella cattedrale di Breslavia alla presenza di centinaia di persone.


A.S.C., da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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