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Inchiesta internazionale

L’Interpol a caccia delle opere d’arte di Gheddafi

Ma non c’è alcuna certezza della loro esistenza

Saif Al-Islam Gheddafi, il figlio artista e architetto di Muammar, davanti al suo dipinto «Il sole dell’oasi», esposto a Mosca nel 2010

Londra. Il Governo del Regno Unito ha confermato che, tra i beni confiscati nel corso di un’azione volta a recuperare miliardi di dollari fagocitati dalla famiglia Gheddafi in quarant’anni di potere, potrebbero esserci anche opere d’arte.
Recentemente sono state lanciate diverse iniziative finalizzate al recupero di beni rubati e alla loro restituzione alla Libia. A seguito di un incontro in marzo tra il primo ministro libico Ali Zeidan e Ronald Noble, segretario generale dell’Interpol, è stata istituita una task force comune per individuare i fondi di Gheddafi, che «potrebbero comprendere denaro, oro e arte», afferma un portavoce dell’Interpol.
Il gruppo operativo dell’iniziativa Stolen Asset Recovery (Star), gestita unitariamente dalla Banca Mondiale e dell’United Nations Office on Drugs and Crime, si è anche incontrata in marzo con membri del Governo libico per stabilire come meglio recuperare i fondi. Intanto, in dicembre, il Governo gritannico ha istituito la squadra «Primavera Araba» per il recupero dei fondi. Il suo obiettivo è velocizzare il rimpatrio dei beni libici, incluse le opere d’arte.
Si ritiene che Gheddafi abbia depositato circa 168 miliardi di dollari all’estero in varie forme (circa 100 milioni nel solo Regno Unito), che sono stati congelati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite immediatamente dopo l’inizio della dura repressione di Gheddafi contro i manifestanti antigovernativi nel febbraio 2011. Se i conti correnti bancari palesi e i titoli sovrani sono più facili da localizzare, è probabile che somme importanti siano state nascoste anche in conti segreti, cassette di sicurezza e collezioni d’arte. «Le opere d’arte sono probabilmente state acquistate per il tramite di organizzazioni terze, non affiliate con il regime, o attraverso gruppi di investimento», dice Ghazi Gheblawi, un portavoce dell’Ambasciata libica a Londra. «È una cosa su cui si deve indagare». Saif al-Islam, il secondogenito di Gheddafi che si trova in carcere con l’accusa di crimini contro l’umanità, era noto come appassionato collezionista d’arte e notoriamente attivo nel circuito artistico del mondo islamico. Avrebbe dovuto aprire un museo di arte islamica a Tripoli nel settembre 2011, ma la costruzione venne interrotta a causa delle rivolte. Gli oggetti destinati al museo erano già stati acquistati in aste londinesi. «È stato aperto un procedimento contro Saif con accuse legate ad atti criminali, ma saranno analizzati anche i suoi movimenti finanziari. Questo, in parte, potrebbe rivelare l’esistenza di elementi di corruzione connessi con i suoi beni all’estero», dice Gheblawi.
L’anno scorso, lo Stato libico aveva sequestrato a Saadi Gheddafi, il terzo dei figli del defunto dittatore, una dimora londinese di valore superiore ai 10 milioni di sterline. È stato il primo dei beni rimpatriati. Saadi possedeva la proprietà a Nord di Londra attraverso Capitana Seas Ltd, una società delle Isole Vergini britanniche, ma il titolo di proprietà non era stato confermato prima se non con l’intervento del Tesoro britannico. Secondo Mohamed Shaban, il legale che segue il caso per conto dell’Ambasciata libica, nel 2012 non sono state sequestrate opere d’arte, ma, ha dichiarato, «cercherò qualsiasi opera d’arte di valore di cui sia stata accertata l’esistenza e che si dimostri abbia legami con la Libia». 

Anny Shaw , da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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