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Vernissage

Alessandra Bonomo

Nella sua galleria, da Sol LeWitt a Tremlett, da Schifano a Gary Hume, il design come arte

La gallerista Alessandra Bonomo

«Oggetti in via di estinzione»: così Alessandra Bonomo definisce i pezzi d’artista esposti nella mostra «Wood Glass Paper» allestita nella sua galleria fino al 25 maggio. In pieno dilagare del gusto per il design d’autore, proposto da fiere d’arte contemporanea, da case d’asta e da musei, la gallerista romana ha creato ambienti abitabili insoliti, con oggetti d’arredo scaturiti dalla collaborazione tra gli artigiani e gli artisti con i quali ha sempre lavorato, anche se diversi pezzi risalgono dagli anni Settanta in poi. Un tappeto trapunto di stelle di Mario Schifano si confronta con una scultura in vetro soffiato di Tristano di Robilant realizzata dalla ditta l’Anfora di Murano, un servizio di tazze di Limoges ideato da David Tremlett è posto accanto a un lightbox di Annie Ratti, un tappeto-arazzo di Gary Hume è accostato a sei sedie di Neal Jones, tutte diverse nella concezione, e a un tavolino e un’opera a parete di Barry McGee. Alessandra Bonomo, che abbiamo intervistato, si dichiara entusiasta dei risultati di questa «triangolazione»: passa la mano sugli og- getti, li prende con delicata disinvoltura, rivela orgogliosa le «imperfezioni» che qualche oggetto nasconde agli occhi del comune fruitore. È il caso, ad esempio, di un tavolo di Annie Ratti in noce canadese, per il quale si è scelto di utilizzare un piano di appoggio mancante di uno spicchio in un angolo. Di certo il design d’artista sul mercato è un prodotto concor- renziale: il tappeto di Gary Hume costa 23mila euro, ma ne bastano 2.500 per una lampada prodotta come pezzo unico da Tristano di Robilant; un tavolo di Sol LeWitt è offerto a 11mila euro e quello di Barry McGee, ricercatissimo dai collezionisti, a 21mila, ma il range dei pezzi attualmente esposti parte da 300 euro.
Alessandra Bonomo, quale vantaggio offre l’acquisto di un oggetto progettato da un artista?
In genere si tratta di un’edizione limitata, se non di un pezzo unico. Negli anni Ottanta, quando ho lavorato alla realizzazione di pezzi di Sol LeWitt, la realizzazione venne affidata a un artigiano italiano per pochissimi collezionisti. Il grande tavolo di Annie Ratti potrà essere realizzato solo in cinque pezzi. La fabbrica nepalese che molti anni fa ha tessuto il tappeto di Drugu Choegyal non esiste più.
Perché un artista decide di impiegare il suo talento in oggetti d’uso quotidiano?
Non è facile coinvolgere gli artisti in questi progetti. In realtà ho visto artisti mettere mano a ogni minimo particolare della propria casa. Nella sua abitazione messicana James Brown ha fatto come Monet nel giardino di Giverny. In genere un artista desidera mettere un pro- prio lavoro in relazione con un tavolo creato da se stesso o da un altro artista piuttosto che sopra un’anonima base bianca. Quando gli artisti si lasciano coinvolgere in un progetto del genere, succede qualcosa di simile a quando disegnano: è come se prendesse corpo uno schizzo, qualcosa di poco importante, e perciò si lasciano andare, liberano le proprie energie nascoste; è come se consapevolmente si lasciassero sfuggire di mano il progetto passandolo agli artigiani, che attingendo alla propria esperienza antica, conoscono i materiali, sanno rendere «fruibili» gli oggetti.
Che rapporto c’è tra un’opera d’arte e un lavoro concepito come oggetto d’arredo?
Dipende dall’artista. Richard Tuttle mantiene la sua cifra stilistica anche negli oggetti, mentre Sol LeWitt impiegava le sue tipiche strutture modulari originate dal cubo. Luigi Ontani ha creato, facendola scendere dal soffitto, un’installazione con stoffe e ricami preziosi, che rammenta i suoi giovanili «Oggetti Pleonastici», ma in realtà racchiude un piccolo monitor per video e congegni elettrici: il metodo progettuale è lo stesso con cui fa cucire gli abiti per se stesso o fa realizzare opere di materiali diversi. A ben riflettere la mostra chiama in causa il pubblico.
Cioè?
Oggi sono pochi coloro che hanno la certezza delle proprie scelte e così, quando desiderano acquistare un’opera d’arte, lasciano che il loro pensiero sia condizionato da giudizi omologati al gusto corrente. Spesso chi compra arte ha difficoltà a riconoscere artisti di grande levatura, che oc- cuperanno un posto nella storia. Un tempo mi sono trovata a consigliare lavori di LeWitt ma certi collezionisti sostenevano che costava troppo e così non lo presero quando invece era ancora accessibile. Quando si acquista, bisogna scegliere ciò che piace, tuttalpiù si possono diversificare le scelte. Inoltre vorrei far comprendere che gli oggetti ora esposti in galleria vanno utilizzati con disinvoltura, senza metterli sotto teca.
Ha in mente altre mostre del genere?
Sì, perché desidero lavorare anche con altri artisti che non ho potuto includere nella mostra. La prossima sarà a Londra, avendo collaborato per questo progetto con la Isis Gallery che ha chiuso il suo spazio, ma continua a prendere parte a progetti espositivi.
© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato nel numero di «Vernissage» in edicola.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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