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Malanni d'Italia: il check up a 10 città

Un’inchiesta dei nostri inviati speciali durata un anno per censire i malanni che affliggono le grandi città d’arte. Oltre alla carenza di fondi pubblici e privati, mancano piani strategici e visioni condivise, le istituzioni non collaborano tra loro e si accumulano progetti perennemente rinviati

Un degrado sempre più diffuso assedia intere città, come Venezia

Roma. I meccanismi sono inceppati. Durante il nostro viaggio in 10 delle maggiori città italiane, tutte città d’arte o che ambiscono a diventarlo, è parso chiaro quanto sia precaria, irrazionale e spesso assurda e incongrua la gestione dei beni culturali. I drammatici tagli di risorse pubbliche e la drastica diminuzione di quelle private sono, si sa, tra le principali cause del degrado: insufficiente manutenzione e tutela, assenza di valorizzazione, musei chiusi o semichiusi, monumenti abbandonati. L’impotenza della struttura ministeriale e di tante soprintendenze si accompagna a quella di istituzioni locali scoordinate, prive di idee e comunque senza i mezzi per realizzarle.

Poveri musei
La situazione dei musei è ormai precaria ovunque. Il disagio colpisce anche quelli maggiori, costrette a chiusure parziali per mancanza di custodi. A Roma accade perfino alla Galleria Borghese (da agosto senza un bar) e a Palazzo Barberini che nel suo sito internet si scusa e mette in guardia i visitatori: «Nei giorni festivi, a causa della carenza di personale, potrebbe verificarsi la necessità della chiusura di alcune sale». Succede a Napoli (Capodimonte, Archeologico), e a Firenze: non agli Uffizi, ma in altri meno famosi, con orari accorciati come allo Stibbert. Altrove i musei «minori» affondano: a Palermo chiudono, per esempio, il Museo del Risorgimento, inaugurato da appena due anni, insieme con l’Istituto di Storia Patria; l’apertura di Palazzo Abatellis, quello di Antonello e del celebre «Trionfo della Morte», è legata al caso e all’arbitrio del personale. A Genova l’antico, importante Museo dell’Accademia Ligustica, di fronte a Palazzo Ducale, è rimasto con il direttore e un solo dipendente. Le città fanno i conti con beni che rendono poco anche in termini culturali: pochi visitatori, introiti vicini a zero. Così vengono abbandonati si inaridisce la fama dell’Italia come «museo diffuso». A Genova non accade soltanto ai musei minori: il Chiossone è il più importante d’Europa per l’arte giapponese, ma ha solo 16mila visitatori all’anno. Anche il destino dei musei di Nervi è incerto. Il sindaco della città, Marco Doria, dice con dolore che, data la situazione drammatica del bilancio comunale, è costretto a puntare «sulle eccellenze», cioè Palazzo Ducale e i Musei di Strada Nuova (sito Unesco).

Il problema «gestione»
La crisi non riguarda soltanto i singoli musei, investe tutte intere le città che hanno cercato di rinnovarsi, di affiancare alla loro storica vocazione industriale o commerciale, quella del turismo e della cultura per diventare «città d’arte». Con forti investimenti hanno creato spazi espositivi, musei nuovi o rinnovati, eventi (mostre, fiere, convegni, festival ecc.) proprio per sviluppare un’ economia diversa. Torino è l’esempio più clamoroso. Negli ultimi 10 anni, con fondi europei, statali, regionali, comunali, di fondazioni private, ha investito oltre un miliardo secondo una precisa strategia di cambiamento. Il volto e l’immagine della città sono trasformati. Con strutture culturali eccellenti, i visitatori in vent’anni sono passati da 600mila a 4,3 milioni, e i musei da 20 a oltre 50. Ma il meccanismo è pesante e non sopravvive senza il sostegno pubblico e privato: il forte aiuto delle fondazioni San Paolo e Crt si è ridotto, Regione e Comune non ce la fanno a gestire l’imponente infrastruttura creata. Tentano di superare questa fase drammatica cercando di accorpare gli organismi di gestione, per razionalizzare e fare economie di scala. Intanto lo Stato si ritira e non mantiene gli impegni (stenta a pagare i 2 milioni di euro all’anno dovuti alla Reggia di Venaria). Quello di Torino è comunque un caso a parte: in questi anni qui hanno lavorato e investito insieme tutte le istituzioni secondo precisi piani condivisi. Non è accaduto altrove.

Non mancano solo i soldi
A Bologna, Genova, Milano, ma anche a Palermo e perfino a Bari, l’idea di trasformarsi in città d’arte si è tradotta in uno sviluppo confuso, non coordinato per la mancanza di un progetto organico, interrotto poi dalla crisi. Come a Bologna che, secondo l’assessore comunale alla cultura Alberto Ronchi, «non ha mai coltivato il turismo culturale, né promosso il suo patrimonio». Sotto la pressione della crisi, il Comune ha dato il via a una organizzazione integrata dei suoi 11 musei finora «nel caos», secondo Ronchi, e unisce la Gam (una delle sue eccellenze) al museo Morandi. Ma la città resta in bilico: manca anche qui una vera politica della cultura, ciascuno agisce per suo conto e ancora una volta si sacrificano i piccoli musei, veri gioielli, come quelli scientifici dell’Università. Assente lo Stato: non finanzia più la famosa Pinacoteca Nazionale che sopravvive a stento ed è diventata marginale per prestigio e numero di visitatori. In realtà Bologna sconta in pieno anche lo scarso coordinamento tra istituzioni: la fondazione bancaria Carisbo, grande mecenate della città, che il presidente (per 12 anni) Fabio Roversi-Monaco ha appena lasciato, si è creata un proprio circuito culturale, Genus Bononiae, con grandi investimenti, aprendo palazzi e musei di alto livello che ancora non fanno sistema con le altre strutture cittadine che, isolate, dipendono dalla Fondazione ma rischiano il collasso. A complicare il quadro, la debolezza dello Stato e delle Soprintendenze, devitalizzate, impoverite, isolate dal loro Ministero.

Troppo turismo è un rischio
Eccezioni in un quadro negativo nel quale il bene culturale non riesce a diventare volano di sviluppo malgrado le buone intenzioni, sono Firenze e in parte Roma. Due realtà autonome e forti di eccellenze artistiche che consentono una gestione economica attiva e possono permettersi di tenere aperti, pur con forti limitazioni, musei e monumenti poco visitati. A Firenze lo Stato ha gli Uffizi (1,75 milioni di visitatori), che sta realizzando il previsto raddoppio (ma ci vorranno anni), l’Accademia (1,25 milioni), Palazzo Pitti. Riesce con fatica, a prezzo di chiusure e orari parziali, a tenere aperti gli altri 18 luoghi d’arte statali della città. La crisi colpisce soprattutto la musica: il Nuovo Teatro dell’Opera (200 milioni di euro) non è ancora finito, il Maggio Musicale, commissariato, rischia di scomparire ucciso dai debiti (35 milioni). Il suo direttore principale, Zubin Mehta ha lanciato un appello disperato: «Non lasciateci morire!». Anche su Firenze pesa la mancanza di «visione», di un progetto culturale per la città, che continua a vivere di rendita sulle sue straordinarie bellezze. Restano problemi di fondo che incidono sulla vita degli abitanti. Il turismo di massa schiaccia e isola i cittadini perché, secondo lo storico dell’arte fiorentino Carlo Sisi, «anche questo è diventato un “non luogo” della cultura, i fiorentini sono soltanto ospiti, circondati da bellezze delle quali non sanno nulla: godono di una eredità che non conoscono. Firenze è un negozio di luoghi eccelsi di deportazione turistica, una vetrina devoluta al turismo, senza autocoscienza». Una perdita di identità che in modi diversi colpisce anche Venezia, dove l’immagine è quella di una città aggredita, divorata da un turismo (25 milioni all’anno) che la fa vivere ma la consuma. A Venezia si avverte con più violenza la minaccia alla struttura urbana, tanto preziosa e fragile. I rischi sono tanti: il passaggio delle grandi navi davanti a San Marco, la radicale trasformazione del Fondaco dei Tedeschi in grande magazzino, le immense pubblicità in piazza San Marco e dintorni (ora sul Ponte di Rialto) mentre incombe il progetto Palais Lumière, un grattacielo di 250 metri a Marghera di fronte alla città, per ora bloccato. Sfruttamento e vendita dell’ immagine però non bastano e il Comune, sempre più povero, non ha i 100 milioni per la indispensabile manutenzione ordinaria della città. Qui, in assenza di un programma condiviso, prevale un «fai da te» della cultura potente e policentrico, con forti presenze private: soprattutto nell’arte contemporanea (Cini, Prada, Pinault, Guggenheim ecc.) che, con il traino internazionale della Biennale, sostiene il turismo di qualità. Resta un punto interrogativo sul futuro di questa città capolavoro che affonda lentamente in laguna.

Il caso Roma
Roma, la terza «grande» della cultura e del turismo, è sfigurata da incuria, confusione, manutenzione scadente. Il Comune ha bisogno di soldi, così vende spazi e concessioni, ma con una liberalità sospetta che degrada i luoghi più belli della città: il suo arredo urbano è fatto a pezzi da migliaia di cartelloni pubblicitari, mercatini stradali, finti centurioni, bancarelle e camion bar davanti ai più famosi monumenti, mentre centinaia di sedie e tavolini invadono marciapiedi e strade del centro. Una babele in cui si muovono masse di turisti estasiati davanti al Colosseo, invadono i Fori e Fontana di Trevi, dilagano sulla via Appia antica e il suo parco dove regna un abusivismo mai combattuto davvero. E anche nella capitale dell’archeologia manca un piano strategico, le istituzioni non collaborano tra loro, si accumulano progetti sempre rinviati: il restauro delle Mura Aureliane, la realizzazione del Museo di Roma, la definitiva sistemazione della Domus Aurea, chiusa da anni e per almeno altri tre, la mancata sistemazione di piazza Augusto Imperatore, in cantiere da 13 anni e ora pattumiera.

Milano aspetta Brera
La situazione di Milano è una tela di Penelope permanente: vorrebbe essere anche città d’arte ma non è mai riuscita a sviluppare un piano coerente, impigliata in un incessante stop and go. L’ex assessore alla Cultura Stefano Boeri aveva una sua visione per trasformare Milano unendo in percorsi pedonali urbani musei vecchi e nuovi, come il Museo del ’900 aperto in piazza Duomo e il prossimo Museo delle Culture, che forse si chiamerà «Forum delle Culture» e dovrebbe aprire a settembre. Ma adesso ogni piano è rimesso in discussione, l’assessore Boeri è stato improvvisamente «licenziato» dal sindaco. Al centro del problema Milano, la Grande Brera. Dopo decenni è prossimo l’avvio di un primo stralcio di lavori ma non c’è ancora un progetto complessivo. L’Accademia con le sue aule e i suoi studenti è sempre lì e non è chiaro se e quando sarà trasferita. L’attesa sarà lunga.
Sul destino di Napoli «città d’arte» incombe il problema del centro storico, luogo di degrado per chiese monumentali, conventi, oratori, palazzi, in parte depredati, spogliati, senza protezione. La novità positiva è l’arrivo di 100 milioni di euro di fondi europei: serviranno a restaurare una ventina delle 200 chiese chiuse, parte di questo immenso cratere di abbandono. La Soprintendenza, ormai poverissima, lotta per far sopravvivere almeno i suoi grandi musei in crisi di visitatori: Capodimonte e l’Archeologico, scrigno di tesori pompeiani e collezioni reali, in perenne restauro. Una eccellenza della città, la Città della Scienza di Bagnoli, è stata da poco distrutta da un incendio doloso.

Le ambizioni di Palermo
e Bari
A Napoli germi di speranza vengono da un volontariato diffuso e attivo, come quello nato intorno a don Antonio, nel rione Sanità, collegato a un’iniziativa simile di Palermo, dove padre Bucaro dirige un centro culturale che si occupa del «sociale» ma anche di un turismo qualificato nel centro storico con visite guidate a chiese e oratori ricchi di capolavori sconosciuti ai più. Palermo è in attesa di riscatto.
Il governatore della Regione, Rosario Crocetta, ha finalmente sostituito il suo assessore alla Cultura, lo scienziato Antonino Zichichi, assente e inesperto, con l’archeologa Mariarita Sgarlata. Si spera in una nuova «primavera» di Palermo, visto che il sindaco Leoluca Orlando, alla guida della città anche negli anni Novanta, aveva puntato sulla cultura migliorando le condizioni del centro storico abbandonato.
A Palermo c’è una nuova soprintendente, l’etnoantropologa Marilena Volpes, già direttrice di Palazzo Mirto. Intanto qualcosa è stato fatto: restaurati e restituiti alla città alcuni edifici storici (Palazzo Branciforte, grazie alla Fondazione Sicilia, e Palazzo Sant’Elia, della Provincia).
Ma anche a Palermo serve un progetto complessivo per tutelare e valorizzare le sue straordinarie eccellenze. Pesa un passato di investimenti inutili e di puri sprechi, di costosi «eventi» che hanno lasciato una scia di polemiche e progetti falliti come quello del Riso, destinato al contemporaneo, inattivo da anni, mentre altri musei e monumenti (fanno eccezione la Galleria d’Arte moderna e la Cappella Palatina) non hanno neppure orari certi e sono in crisi di visitatori. Palermo si è candidata a Capitale europea della Cultura per il 2019. Potrebbe essere stimolo importante per superare storici ritardi.
L’inchiesta di «Il Giornale dell’Arte» era partita, un anno fa, da Bari. Oggi quella città non ha ancora risolto nessuno dei suoi problemi. Di collaborazione tra istituzioni non si parla neppure.
A Bari, l’ambizione di diventare città d’arte, anch’essa candidata a Capitale europea della Cultura per il 2019, si è arenata anche a causa dei contrasti tra Comune, Regione e Provincia. I grandi progetti sono rimasti al palo: l’acquisizione dell’ex teatro Margherita per trasformarlo in polo per mostre, che sembrava imminente nell’aprile 2012, non è ancora realtà e comunque il Comune non ha i 15 milioni per ristrutturarlo. Il teatro Kursaal è in attesa di un restauro ancora incerto. Il progetto maggiore, quello della riqualificazione di tutta l’area dell’ex caserma Rossani, da destinare a laboratorio del contemporaneo, non è ancora avviato. Di concreto restano i lavori per creare finalmente un vero museo archeologico statale nel complesso di Santa Scolastica. Ma ci vorrà tempo e gli indispensabili finanziamenti regionali sono a rischio. Per ora Bari resta una «città senza musei», con l’unica eccezione di una buona Pinacoteca nascosta al quarto piano del Palazzo della Provincia.

Le puntate dell'inchiesta:
1. Bari, città senza musei
2. Firenze, si naviga a vista
3. Napoli, la normalità dell'emergenza
4. Roma. Una volta era la città eterna
5. Venezia contro Venezia, tra splendore e degrado
6. La dotta decadenza di Bologna
7. Miracolo a Milano: com’è piccola la Grande Brera
8. Torino: a rischio il «modello Cultura»
9. Genova: ambizione superba
10. Palermo: odissea nel provvisorio
Nel numero di maggio, in edicola, la tabella dei «mali culturali» delle 10 città.

Dai nostri inviati Edek Osser e Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


  • Il degrado sempre più diffuso nelle città italiane assedia anche monumenti come il Colosseo a Roma

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