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Editoriale

Starck Trek

Franco Fanelli

Una volta ogni fiera che si rispettasse aveva una sezione dedicata alla grafica; poi, quando questa è caduta in disgrazia  per colpa di qualche operatore truffaldino che ha danneggiato tutta la categoria, è stato il turno dei video, ben presto, per immaginabili ragioni, venuti a noia. Meglio, negli anni Novanta-Duemila, la sezione di opere extralarge, ring sovradimensionato nel quale le gallerie più palestrate potessero mostrare i muscoli, ma quando le faccende di mercato hanno cominciato a girare male e la gente ha preso a sospettare che le galline dalle uova d’oro spesso producessero deiezioni d’altra natura, le fiere sono corse ai ripari e la scelta è caduta sul design. Ora che i galleristi sono all’ultimo buco della cintura e gli organizzatori fanno sempre più fatica a vendere gli stand, le arti applicate vengono in soccorso: settore non massacrato dalla crisi, è animato da aziende che possono coprire i vuoti sempre più evidenti nell’allestimento delle mostre mercato.
Il design, come già la moda, gode così della luce riflessa emanata dal più elitario sistema dell’arte contemporanea, che, periodicamente boccheggiante, si giova, in cambio della legittimazione artistica conferita a una sedia o a un puf, del contributo economico offerto da un parente di secondo grado. Il collezionismo gradisce, soprattutto in periodi di difficoltà del mercato, quando si ha poca voglia di riempirsi la casa di «opere d’arte» di precario valore e appare più saggio arredarla con un altro genere di pezzi unici o comunque di una certa esclusività. I risultati d’asta, negli ultimi cinque-sei anni, confermano l’appetibilità dei vari Philippe Starck, Zaha Hadid o Marc Newson. Dall’altra parte della barricata, quella dell’«art pour l’art», la moralizzazione seguita al tracollo del mercato post 2008 impone un gusto più morigerato. Appare oggi «etico» rivolgere lo sguardo all’idealismo delle avanguardie e delle neoavanguardie animate dallo spirito del «moderno», laddove l’arte si fa carico di un ruolo civile e sociale. Dieci anni fa, se a una vernice dicevi «Bauhaus» gli ospiti avrebbero pensato a uno starnuto; oggi ti abbraccerebbero commossi. La qualità estetica abbinata alla funzionalità è di nuovo una formula magica e appagante, un lavacro assolutore per i peccatori ravveduti. L’estasi è totale quando entra in scena il design d’artista, allorché si dimostra che l’artista in questione non è uno scaltro parassita ma un individuo socialmente utile, capace di disegnare tavoli, tappeti, lampade e poltrone o, come fece l’irreprensibile Donald Judd negli anni Novanta, contenitori di jeans per Calvin Klein. È quanto offre, in questo periodo, la gallerista romana Alessandra Bonomo, dimostrando che una «scultura» di Sol LeWitt la si può comprare per la ragionevole cifra di 11mila euro: basta chiamarla «tavolo» e usarla come tale. Altri artisti, da tempo, hanno stabilito astute complicità, chiamando «arte» ciò che potrebbe essere arte applicata: ecco, tra i mille casi possibili, il design neo Wiener Werkstätte di Franz West o quello vintage di Flavio Favelli (entrambi, peraltro, hanno dato eccellenti prove anche come arredatori puri). E che dire dei tavoli a spirale (veri gioielli di design) di Mario Merz? Con la consueta ironica intelligenza, Massimo Minini, all’ultima Miart, si è divertito allestendo una delle classiche «mensole» di Haim Steinbach in prossimità dell’ormai imprescindibile sezione design (invero un po’ appiccicata, come un post-it, al resto della fiera), confinante con il suo stand. Prezzo 54.500 euro, ma con la filosofia del prendi tre paghi uno: il giorno in cui le quotazioni dell’artista americano dovessero naufragare (evento in verità piuttosto remoto) ti resterebbero pur sempre, insieme alla mensola, una lampada disegnata da Jasper Morrison per Flos e uno spremiagrumi di Starck
© Riproduzione riservata

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 331, maggio 2013


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