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Mostre

Biennale di Venezia

Contemporanei non vuol dire viventi

Seniores e artisti scomparsi nell’«Enciclopedia» di Gioni per una mostra junghiana e polifonica

Massimiliano Gioni. Foto Francesco Galli

Roma. Forse solo il curatore più giovane in tutta la storia della Biennale di Venezia poteva sfidare il pregiudizio di una mostra per forza rappresentativa di artisti contemporanei e riservata agli artisti visivi. Così Massimiliano Gioni (1973) per la 55ma Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, in programma dal primo giugno al 24 novembre, si è permesso di selezionare 150 autori (il termine artisti è, infatti, per molti di loro improprio), 44 dei quali scomparsi, di 37 nazioni. Tramontata l’utopia di fare un’esposizione rappresentativa dello stato dell’arte («Non sono qui per scommettere sui cento artisti più famosi nel prossimo futuro», ha dichiarato Gioni, in occasione della conferenza stampa di presentazione a Roma), la prospettiva è antropologica. Una riflessione su come si è rappresentato, a cominciare dai primi anni del Novecento, l’immaginario  del mondo interiore e di quello esteriore, in una prospettiva tanto universale quanto individuale. In questa dimensione diacronica si giustificano i nomi di artisti, magari neppure troppo famosi, come Levi Fisher Ames o Xul Solar, nati nella seconda metà dell’Ottocento o l’omaggio agli scomparsi Enrico Baj o James Lee Byars. Quanto alle nazionalità colpisce, in una mostra con questo taglio, la netta prevalenza degli Statti Uniti. La pattuglia italiana è composta da Yuri Ancarani (1972), il già citato Baj (1924-2003), Gianfranco Baruchello (1924, selezionato anche per il Padiglione Italia), Rossella Biscotti (1978), Roberto Cuoghi (1973), Enrico David (1966) Domenico Gnoli (1933-1970), Marisa Merz (1931), Marco Paolini (1956), Walter Pichler (1936-2012), Carol Rama (1918) e Angela Ricci Lucchi (1942). Né mancano star internazionali come Carl Andre, Paul McCarthy o Steve McQueen (per l’elenco completo, cfr. ilgiornaledellarte.com). I punti di riferimento, sui quali si incentra la mostra, sono due, non a caso posti all’inizio, rispettivamente, del Padiglione Centrale dei Giardini e delle Corderie dell’Arsenale.
Il primo è Il libro rosso di Carl Gustav Jung, capolavoro dalla lunga genesi, iniziato nel 1913 e proseguito fino al 1930, pubblicato postumo nel 2009 (l’edizione italiana è edita da Bollati Boringhieri, Ndr), un’analisi volta a scavare i diversi strati della propria coscienza. Un viatico quanto mai indispensabile in tempi in cui l’immagine interiore è travolta dal bombardamento di quelle che provengono dall’esterno. Da qui la rappresentazione delle diverse cartografie come nella svedese Hilma af Klint (morta nel 1944) o le raffigurazioni mitiche della comunità americana degli Shaker o i disegni degli sciamani delle Isole Salomone, quelli sulla lavagna di Rudolf Steiner e la rappresentazione della Genesi di Robert Crumb. Si spazia dalla dimensione universale a quella dell’autoritratto, di Maria Lassnig, ultranovantenne, o di Marisa Merz. Punto di raccordo tra i due mondi sono i disegni di Linda Fregni Nagler, una forma di esorcismo contro il progredire del cancro. L’altro punto di riferimento, quello che dà il titolo alla mostra, «Il Palazzo Enciclopedico», è il modello di questo progetto utopico, ideato da Marino Auriti.
Con il suo intento di catalogare ogni scoperta, il palazzo enciclopedico scatena tutta una serie di tassonomie che spaziano dalle fotografie delle diverse acconciature nigeriane di J.D ’Okhai Ojeikere al bestiario del giapponese Shinichi Sawada, nato nel 1987, il più giovane artista invitato. Ancora il corpo o meglio il teatro del corpo nella rappresentazione di Carol Rama o in quella di Sharon Hayes, che indaga sulla sessualità di Pier Paolo Pasolini. Sempre all’Arsenale Cindy Sherman coinvolgerà trenta artisti, tra cui alcuni carcerati, autori di  200 opere che concorrono a formare un suo personale museo, colmo di fotografie, dipinti, pupazzi e bambole quali frammenti di un immaginifico percorso anatomico. Virtuale, invece, è l’intervento chirurgico registrato nel computer di Yuri Ancarani. La conclusione del percorso sarà affidata a una rigorosa, quasi matematica, installazione di Walter De Maria.
Le Gaggiandre saranno utilizzate per gli spettacoli di Marco Paolini e di altri autori come John Bock, alter ego dello stesso Gioni. «Una mostra di ricerca» l’ha definita Paolo Baratta, presidente della Biennale, annunciando la partecipazione di 88 Paesi di cui 10 esordienti. Il più atteso è la Città del Vaticano, che troverà il suo spazio nella Sala delle Armi. Altro Baratta non aggiunge. Altre indiscrezioni, comunque, indicherebbero la scelta del tema della Genesi, affidato ad artisti internazionali di collaudata fama, non necessariamente cattolici, come Anish Kapoor.
Quanto al budget si aggira sui 13 milioni, di cui 3 per le spese di allestimento e di curatela, il resto di spese generali. 900mila euro il contributo degli sponsor o donor; 11,9 milioni di euro proverranno dalle risorse reperite dalla stessa Biennale, che comprendono la proiezione di introiti dai biglietti, calcolati sulla precedente edizione, anche se dai dati della Mostra di Architettura emerge che la crisi economica incide sul calo dei visitatori.

Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 330, aprile 2013


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