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Libri

Emanuele

Come uscire dall’atarassia culturale

Un libro del presidente della Fondazione Roma ricorda che sarà la cultura a salvare il nostro Paese

La copertina del volume di Emmanuele Francesco Maria Emanuele

Quali vantaggi reciproci possono avere due mondi distantissimi (spesso perfino contrapposti) come arte e finanza in un momento in cui l’intero mondo flette sotto i colpi della crisi?
Uno dei due mondi con i suoi voraci e cinici abitanti gestisce il denaro, l’altro si ossigena col denaro per mantenere la propria vocazione (tutta da accertare) a una creatività che si vorrebbe refrattaria a guadagni che non siano culturali, intellettuali, emozionali, talvolta perfino spirituali.
A rispondere è un noto professore e avvocato cassazionista, banchiere, esperto in materia finanziaria, tributaria e assicurativa, saggista e polemista, insignito di innumerevoli dottorati, docenze e presidenze tra le quali una Fondazione (Roma) che si distingue tra le più attive realtà culturali del Paese e investe somme ingenti in favore dell’arte: Emmanuele Francesco Maria Emanuele (attenzione: nome con due emme, cognome con una sola) il quale rilancia il binomio «Arte e finanza» come presupposto per fare del patrimonio artistico e della produzione culturale l’epicentro della ripresa.
Come sappiamo, uno dei temi più scottanti e più discussi in questi giorni, ma del tutto assente nei programmi e nelle agende dei protagonisti della penosa campagna elettorale in corso.
È un tema ardito che neppure molti esponenti della finanza hanno finora compreso e condiviso e che invece Emanuele suffraga in primo luogo con un forte apparato teorico che parte dalle ineluttabili e reciproche  influenze tra i due mondi, ripercorrendo la letteratura da Max Weber ai liberisti Adam Smith e J. Stuart Mill, fino ai più recenti sviluppi. Il volume propone insomma un’alfabetizzazione economica degli operatori del sistema dell’arte sotto il profilo strategico, metodologico e degli innumerevoli strumenti. 
Emanuele paragona le istituzioni culturali alle altre aziende e per dimostrare la sua tesi, evidenzia i termini peculiari con i quali sono realizzati i processi economici, le dinamiche del mercato, nella domanda e nell’offerta, le esternalità positive della cultura e le sue relazioni con le principali variabili macroeconomiche e soprattutto sociali.
La novità soprattutto in Italia è l’allontanamento dello Stato, con un investimento sul Pil lontano dalla media europea che fa emergere nettamente  l’inadeguatezza «della classe dirigente rispetto al ruolo che deve svolgere» e del sistema di gestione e promozione dei musei e degli spazi espositivi. Invece «le imprese culturali richiedono per la propria gestione un insieme di capacità che vanno ben oltre il prodotto finale che offrono».
Grandi cambiamenti di paradigmi impongono di condividere progettualità e rischio d’impresa con nuovi soggetti. Lo insegna l’esperienza internazionale con l’adozione di nuovi modelli per le istituzioni museali, oggi sempre più agenzie educative attive e laboratori di sperimentazione. Emanuele è concreto: «Per far considerare cultura e arte importanti da un punto di vista politico bisogna stabilirne le credenziali economiche». Le imprese sono state «considerate troppo spesso come una fonte di finanziamento e non in una relazione biunivoca, di partnership attiva» e questo non attrae nuovi investitori.
Ma dev’essere modificata la mentalità corrente e il professore, con la severità che lo contraddistingue, affonda il fendente sulle riforme ineluttabili, in primis della burocrazia, «lo smantellamento della mano morta pubblica, serbatoio di inefficienze e sprechi», la riduzione dell’imposizione fiscale a carico delle imprese e verso l’adozione di un approccio di cooperazione tra pubblico e privato, scenario sul quale si apre all’ottimismo.
Rileva che è in atto una rivoluzione concettuale e antropologica  nel nostro Paese che oggi recepisce il contributo del privato sociale, della «cittadinanza attiva», alla soluzione dei problemi, nella traduzione del principio di «sussidiarietà» sancito costituzionalmente. Si va insomma verso la big society, teorizzata del premier inglese Cameron e preconizzata nel precedente libro di Emanuele, Il terzo pilastro. Il non profit motore nel nuovo welfare, una auspicata, ideale società che stimola la comunità a essere protagonista, libera l’iniziativa, promuove la solidarietà e sposta il baricentro dallo Stato verso i cittadini.
Rimane in conclusione la sentenza: che per «uscire dall’atarassia culturale» il mondo della cultura (nel quale si sono affacciati nuovi importanti attori come le Fondazioni) è il terreno elettivo di sperimentazione.

Arte e finanza, di Emmanuele Francesco Maria Emanuele, 268 pp., Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2012, € 31,00

Catterina Seia, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


  • Emmanuele Francesco Maria Emanuele

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