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Guerra sull’eredità di De Dominicis

«Il più grande crimine della storia italiana del mercato»

Il collezionista Koelliker si sfoga, mentre le fazioni non si risparmiano colpi. Sgarbi: «Me li mangio vivi»

Gino De Dominicis, «Calamita cosmica», 1989 (per la mostra a cura di Achille Bonito Oliva al MaXXI di Roma, 2010)

Roma. «Girano montagne di false opere di De Dominicis». Emilio Mazzoli non ha dubbi, come Maurizio Calvesi: «Faremo piazza pulita e saremo severissimi». Il gallerista di Modena e lo studioso di Roma, componenti, assieme a Italo Tomassoni, Lia Rumma e Giuliano Perezzani, del neonato Archivio Gino De Dominicis, mandano un messaggio chiaro a Vittorio Sgarbi che, assieme ai galleristi Pio Monti, Franco Toselli, Liliana Maniero e altri, ha messo in piedi la Fondazione Gino De Dominicis, come risposta alla guerra scatenata nel giugno 2011 da Paola Damiani, cugina di De Dominicis, e Tomassoni, con la diffida a pubblicare nel catalogo della mostra di Venezia «Gino De Dominicis. Teoremi figurativi», curata da Sgarbi, le 60 opere in mostra di proprietà del collezionista d’arte antica e contemporanea Luigi Koelliker, ritenute «inattendibili» (cfr. lo scorso numero, p. 5). «Falsa è la loro dichiarazione che esistono dei falsi», tuona Sgarbi, secondo cui l’intento dei «magnifici cinque» dell’Archivio De Dominicis è di «suscitare procurato allarme, così da risultare loro gli eroi che smaschereranno i mostri, per dialettica contrapposizione. Ma è un trucco per valorizzare le loro opere, e gettare nel discredito quelle degli altri. Mazzoli e Rumma sarebbero i buoni e Monti e Toselli i cattivi. Ma in tribunale me li mangio vivi». Già. Un processo è in corso sin dall’indomani della mostra veneziana, promosso dalla denuncia degli eredi (secondo Tomassoni, per legge, «gli unici ad aver diritto di sancire l’autenticità di un’opera») per l’avvenuta pubblicazione delle opere imputate. Che ora sono in mano ai Carabinieri, che le hanno sequestrate. Luigi Koelliker è avvilito, ma sicuro di sé: «Ho documenti dettagliatissimi di storia e provenienza dei miei De Dominicis, con tanto di fatture e attestazione dei bonifici bancari. Sono vittima del più grande crimine della storia italiana del mercato dell’arte». Lucrezia De Domizio Durini, a cui non piacciono toni e temi del contendere, dichiara di essersi dimessa dall’Associazione Gino De Dominicis, scissasi in Archivio e Fondazione. Pio Monti, gallerista di De Dominicis dai primi anni ’70, ma soprattutto suo intimo sodale, che ha raccontato le avventure che li hanno visti assieme nel libro P’io e Gino del 2011, si stupisce, non meno di Duccio Trombadori, di essere stato escluso, e per di più senza motivo, dall’Associazione. E mentre Liliana Maniero stila un lungo elenco di errori presenti nel Catalogo generale realizzato da Tomassoni nel 2011, Erica Fiorentini ne trova altrettanti, ma dichiara anche che «la situazione caotica dell’eredità di Gino, scaturita dalla stessa natura dell’artista, che era opera d’arte in sé, pretenderebbe che, per essere credibile, un organo di verifica dell’autenticità di opere d’arte non comprendesse i galleristi e chiunque abbia interessi commerciali».
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Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


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