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I mali del Mali

Di fronte all’escalation della violenza, l’Unesco condanna i militanti ribelli islamici che continuano a devastare i beni architettonici del Paese africano

Bandiagara, Terra dei Dogon © Unesco, foto A. Wolf

Timbuctù (Mali). Cresce la preoccupazione mondiale per il Mali, che rischia di cadere in mano ai gruppi terroristici, mentre il presidente francese François Hollande invia truppe e la comunità internazionale si stringe nella condanna alla crescente violenza nell’ex colonia francese, che ha costretto più di 400mila persone ad abbandonare le proprie case. Temendo gli effetti dei combattimenti, dei bombardamenti aerei e dei saccheggi, il 15 gennaio Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, ha chiesto alle autorità francesi e locali di «mettere in atto ogni provvedimento per proteggere il patrimonio culturale del Paese, già gravemente danneggiato», con una pianta dettagliata dei siti che necessitano di tutela.

A marzo 2012 il presidente Amadou Toumani Touré è stato cacciato a seguito di un colpo di stato militare e la parte Nord del Mali è sotto il controllo di gruppi di ribelli islamici: Al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa Occidentale (Mujao) e Ansar Dine, alleati ai movimenti indipendentisti Tuareg. Nei mesi seguenti, a Gao e a Timbuctù, le distruzioni di moschee e di mausolei si sono moltiplicate. Il patrimonio culturale del Paese è sempre più vulnerabile agli attacchi degli integralisti islamici che stanno cercando di imporre la sharia (la legge islamica) nella regione. A dicembre, membri di Ansar Dine hanno distrutto diversi mausolei a Timbuctù, con la promessa di colpire altri siti nel Paese. «Non rimarrà un solo mausoleo a Timbuctù. Allah non lo vuole. Stiamo distruggendo tutti i mausolei nascosti nella zona», ha dichiarato Abou Dardar, un leader del gruppo estremista, all’Agence France-Presse dopo che i ribelli avevano abbattuto a picconate due luoghi di culto musulmani in città il 23 dicembre. Lo stesso gruppo si è reso responsabile di una serie di attacchi partiti a maggio 2012 alle tombe storiche degli studiosi islamici Sidi Mahmoud Ben Amar, Sidi Mokhtar e Alpha Moya.
I preziosi e fragili edifici della regione, spesso di terra cruda e sabbia, sono il simbolo di un Islam aperto impregnato dei precetti della confraternita sufica Qadiriya, che i movimenti fondamentalisti vorrebbero sradicare. Alla lotta iconoclasta contro la figurazione artistica, la musica e qualsiasi manifestazione sacra che esuli dal culto esclusivo di Maometto, si aggiungono ora traffici illeciti di ogni genere e le scorrerie di bande organizzate. Così tutto contribuisce a fare del ricco patrimonio del Nord del Mali (le città medievali sahariane come Tadmekka, i siti preistorici della valle del Tilemsi e del bacino di Taoudeni...) una vittima collaterale della guerra, che l’intervento militare francese voleva impedire si estendesse più a sud.

Timbuctù, conosciuta come «città dei 333 santi», è sito Patrimonio dell’umanità Unesco dal 1988 (nella Lista del Patrimonio in pericolo fra 1990 e 2005, e di nuovo dal 2012). Vanta le tre grandi moschee di Djingareyber, Sankoré e Sidi Yahia. Situata al crocevia di diverse strade transahariane, la città divenne un celebrato centro di cultura coranica alla fine del XV secolo. Oltre a ospitare numerose tombe storiche, conserva tra 600mila e un milione di manoscritti antichi (il più raro data dall’XI secolo) in collezioni pubbliche e private. Alcuni di questi manoscritti (trattati di medicina, commercio, diritto fondiario e di principi di governo, costantemente studiati e trascritti) sono stati nascosti in luoghi sicuri, visto che gli integralisti islamici considerano blasfemo il loro contenuto e ne hanno minacciato la distruzione. L’Istituto di Studi superiori e di ricerche islamiche Ahmed Baba (Iheriab), fondato nel 1974 dal governo di Bamako sotto l’egida dell’Unesco e ricco di più di 30mila manoscritti, dopo essere stato saccheggiato nell’aprile 2012, ha proceduto nel più grande segreto al trasloco di una parte della sua collezione.

Il Mali acccoglie altri tre siti riconosciuti dall’Unesco (mentre nove sono da anni in attesa del riconoscimento). La città antica di Djenne (dal 1988) con la celebre moschea e i quattro siti archeologici del distretto (Djaenné-Djeno, Hambarkétolo, Kaniana e Tonomba), si trova a circa 600 chilometri a nord-est della capitale Bamako. Abitata dal 250 a.C., è una delle città più antiche dell’Africa subsahariana. La tomba piramidale di Askia (Patrimonio mondiale dal 2004, ma «in pericolo» dal 2012) fu fatta edificare nel 1495 da Askia Mohamed, l’imperatore Songhai, nella sua capitale Gao. Inserita dall’Unesco nel 1989 tra i siti «misti», culturali e naturalistici, la Falesia della regione di Bandiagara è il centro della cultura Dolon. Divenuti in maggioranza musulmani, con una minoranza cristiana, i Dogon non hanno rinunciato alle loro tradizioni animiste. Ora «l’intera cultura Dogon, nella sua forma materiale, è in pericolo», ha rivelato a «Le Monde» Eric Jolly, ricercatore del Cnrs-Centre d’études des mondes africains (Cemaf). Specialista della cultura Dogon, non torna in Mali dal 2011, perché il Cemaf non consente l’ingresso dei suoi ricercatori in un Paese giudicato ad alto rischio. Il Mali è sempre più lontano e la sua cultura più indifesa.

Alessandro Martini ed Emily Sharpe, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


  • Djenne
  • La moschea di Djenne

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