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Vernissage

Alfonso Artiaco

«Quando smisi di fare l’istruttore di nuoto per inaugurare la prima mostra, uno zio disse a mio padre: “Peppino, meglio questo che un figlio drogato”»: parla il gallerista che ha aperto una nuova sede in un palazzo nobiliare

Alfonso Artiaco ritratto nella nuova sede della sua galleria, nel Palazzo De Sangro di Vietri a Napoli, durante la mostra inaugurale di Liam Gillick. Foto di Luciano Romano

Al compimento di poco più di un quarto di secolo di attività, lo scorso dicembre la galleria Alfonso Artiaco si è trasferita in un nuovo e più ampio spazio espositivo napoletano nel palazzo nobiliare De Sangro di Vietri. Le motivazioni sono da ricercare nell’urgenza di adeguare le caratteristiche della galleria alla dimensione internazionale del lavoro che svolge.
Alfonso Artiaco, da che cosa scaturì, invece, la «stravagante» decisione di aprire negli anni Ottanta a Pozzuoli una galleria d’arte contemporanea?
Il 13 dicembre 1986, a soli 22 anni, inaugurai in uno spazio di famiglia a corso Terracciano una mostra intitolata «Possibilità di collezione», con l’intenzione di offrire un’estetica diversa in un territorio che non sapeva che cosa fosse il contemporaneo. Mi sono interrogato sulle motivazioni per le quali mio padre, professionista con quattro lauree, avesse comperato opere degli epigoni della Scuola di Posillipo e non, ad esempio, un Sironi. La risposta che mi diedi è che lui non aveva avuto modo di conoscere quale fosse il circuito dell’arte. Io le risposte le ho cercate nei musei e nelle gallerie, visitati accompagnandolo nei suoi viaggi di lavoro. Finché, poi, un giorno un amico mi suggerì di fare dell’arte la mia professione.
Ma lei aveva prospettive diverse?
Facevo l’istruttore di nuoto e avrei dovuto fare il professore di educazione fisica. Ci provai pure per quindici giorni in una scuola parificata di Nocera Inferiore e lì capii che non ero votato all’insegnamento.
Che tipo di lavori presentò alla mostra inaugurale del 1986?
C’erano opere della mia «collezione» che vendevo per poter finanziare il mio lavoro e spesso comprate fuori Napoli solo per timidezza, perché non immaginavo quale reazione avrebbe potuto suscitare, ad esempio in Lucio Amelio, una mia richiesta di rateizzare un acquisto. Comperavo piccole cose compatibili con la mia paga d’istruttore e con pochi risparmi.
Fu incoraggiato dalla sua famiglia?
Sì, come ho detto ebbi in comodato gratuito lo spazio di corso Terracciano e mio padre mi aiutò finanziariamente. Anche se quello che pensavano è racchiuso nella battuta di mio zio Alfonsino, fratello di mio padre, che, dopo aver visto un’opera di Beuys, gli mise una mano sulla spalla e disse: «Peppino, meglio questo che un figlio drogato!».
Quando capirono che ce l’aveva fatta?
Quando il nome di Alfonso Artiaco circolò non più solo per indicare quello di mio nonno che è stato Senatore della Repubblica.
Gli esordi, dunque, in un piccolo centro senza musei, con un programma da subito rigoroso e non «accattivante» e artisti poco visti in Italia. Perché questa credibilità così immediata?
Questo è un mondo piccolo. Se lavori bene, se sei corretto e rispetti gli impegni che assumi, il tuo nome inizia a circolare e queste sono le tue referenze. Poi aver fatto agli inizi mostre di Zorio, Mainolfi, Sol LeWitt, Penone e Anselmo ha dato alla galleria una forte credibilità.
A Napoli, intanto, c’erano Peppe Morra, Pasquale Trisorio, Lucio Amelio e Lia Rumma. Quali erano i rapporti con loro?
Ottimi con i primi due. Non facili con Lucio e Lia. Credo che alla fine Lucio mi abbia stimato molto ma non mi ha mai facilitato la vita. Per anni ha ostacolato il mio ingresso a Basilea, avvenuto solo quando gli subentrò nella commissione Massimo Minini.
In che modo «ostacolato»?
Diciamo che non entravo neppure nella lista d’attesa.
Si è sottratto, quindi, agli schieramenti napoletani?
Sì, a Napoli giocavo da solista e sapevo che per farcela potevo contare solo su di me. Divenni la mascotte dei collezionisti napoletani, come Ernesto Esposito, Roberto Buonanno e Graziella Lonardi. Da allora ho imparato che i giovani galleristi vanno sostenuti e incoraggiati, atteggiamento che ho sempre avuto.
Ha avuto un modello in quegli anni? Ha un debito di riconoscenza?
Senza dubbio Konrad Fischer, uomo generoso e leale, che non alimentava l’art system nonostante fosse una star indiscussa.
Nel 2003 la sua galleria si trasferì a Napoli nello spazio che fu di Lucio Amelio. Che cosa significò quella decisione?
In quegli anni a Napoli le gallerie chiudevano o spostavano il proprio baricentro e io decisi che era venuto il momento di trasferirmi. Fu una pura casualità quella di sistemarmi in piazza dei Martiri: una sera mi trovai a cena seduto di fronte al proprietario dell’immobile che mi offrì lo spazio. Mi piaceva l’idea di restituire alla città un luogo che aveva una bellissima storia. Non si trattava, però, di una scelta «emozionale», perché avrei continuato a svolgere lì un’attività differente, che si era dipanata negli anni precedenti a Pozzuoli. Anche il recente trasloco a piazzetta Nilo è frutto di un incontro fortuito. Avevo da poco ristrutturato la galleria a piazza dei Martiri quando incontrai in aeroporto a Parigi Rosanna Buonanno, mia amica di vecchia data, la quale mi convinse a vedere l’appartamento nel centro antico, che io non avevo mai visitato nonostante fosse stato sede di un’altra galleria. Volevo uno spazio grande, quando lo vidi capii che l’avevo trovato.
Che cosa pensa del nuovo direttore del Madre?
Conosco da molti anni Andrea Viliani e ne ho stima; ha affermato di voler dare priorità alla costituzione di una collezione. Se questo è il punto fondante del suo programma, come non essere d’accordo? Un museo deve costruire un rapporto con il territorio dove agisce, facendo sì che il lavoro che produce si possa riverberare anche al di là del proprio raggio d’azione. Non ritengo che questo sia avvenuto nel passato.
In che modo la crisi ha condizionato il suo lavoro?
La crisi che ricordo con maggior preoccupazione è quella della Guerra del Golfo. Le altre, pur dure, sono state passeggere e mi auguro che quest’ultima sia alle nostre spalle. Sono molto fiducioso. I problemi sono altri e sono tutti italiani: l’Iva al 21%, il diritto di seguito al 4%, i collezionisti trattati come dei potenziali evasori. Ma come si trasmette la cultura del contemporaneo in Italia? I privati la sostengono più delle istituzioni pubbliche. Perché scoraggiarli?
Il suo radicamento, dunque, anima le scelte e orienta le critiche. Ma oggi aprirebbe un’altra sede fuori Napoli?
Oggi intanto penso a inaugurare la mostra di Alan Charlton (aperta dal 4 febbraio al 24 marzo, Ndr).

© Riproduzione riservata

Olga Scotto di Vettimo, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


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