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Redditometro ammazza arte: come il fisco sbatte fuori mercato, artisti, gallerie

Sono devastanti gli effetti sull’acquisto di opere d’arte: la paura di indagini fiscali dissuaderà i potenziali acquirenti, prosciugherà le fonti di sostentamento di artisti e galleristi, incentiverà il commercio clandestino, l’evasione e il trasferimento all’estero di queste attività. Andrà distrutta e perduta una risorsa culturale e patrimoniale del Paese, fino a ieri ammirata, invidiata e lecita

Un momento dell'Italian Sale tenuta da Sotheby's a Londra a ottobre 2011

Molti sono ormai gli strumenti messi a punto, anche di recente, dall’amministrazione finanziaria italiana per cercare di contrastare il fenomeno dilagante dell’evasione e dell’elusione fiscale, che si stima essere compresa tra i 100 e i 200 miliardi di euro ogni anno. E questa evasione ed elusione si crede che possano, seppur in minima parte, essere racchiuse anche nel mondo dell’arte, in particolare nelle gallerie e negli antiquari e per certi aspetti nelle case d’aste.
Cerchiamo allora di delineare, brevemente, questi strumenti, onde vedere quelli che sono e potrebbero essere gli impatti, anche penalizzanti, sul mondo del commercio legato all’arte e dell’investimento collezionistico.   
Visto il gran parlare che se ne fa oggi, il primo strumento da considerare è il redditometro, che di recente è stato affinato e modificato considerando nuovi parametri ed elementi.
Si tratta di uno strumento di accertamento sintetico (1), utilizzato per effettuare un esame delle manifestazioni di capacità contributiva dei cittadini. Il principio su cui si basa è che quanto si spende non può che essere alimentato dal reddito prodotto. Il fisco lo utilizza per determinare il reddito attribuibile alla persona fisica e per perfezionare i controlli sul suo tenore di vita, attraverso un’analisi delle sue manifestazioni di capacità contributiva. In presenza di elementi e circostanze di fatto certi, il fisco può determinare sinteticamente il reddito del contribuente quando il reddito accertabile mediante i parametri e gli elementi del redditometro si discosta per almeno un 20% da quello dichiarato, e comunque per un importo superiore a 12mila euro, in relazione anche a un solo periodo di imposta.
Certo il contribuente può provare che la differenza di reddito gli è derivata da redditi esenti, oppure soggetti a imposta sostitutiva o a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (quindi tutti redditi già tassati in modo definitivo e quindi da non dichiarare nel proprio Modello Unico), ma l’onere della prova viene posto a carico del cittadino e non dell’amministrazione finanziaria che ha accertato tale reddito, come in realtà in un Paese civile dovrebbe essere.
È proprio su questo punto che l’Adusbef (2) ha impugnato davanti al Tar il provvedimento per palese violazione degli articoli 3, 24 e 53 della Costituzione e dello Statuto dei diritti del contribuente.
Nel nuovo redditometro, che considera le spese effettuate dall’esercizio 2009 in avanti, le voci dei nostri consumi sono un centinaio, divise per 11 aree merceologiche. Fra queste aree quella che qui più ci interessa è quella degli «Investimenti», su cui il fisco punta per trovare il maggior numero di incongruenze. In questa voce rientrano infatti anche gli oggetti d’arte e antiquariato (3). Nella categoria «Consumi» rientrano invece argenteria, gioielleria e orologi.
Il controllo sarà compiuto partendo dalle spese reali ed effettive effettuate nell’anno, elemento indicatore della capacità contributiva e già presente nelle banche dati a disposizione dell’amministrazione finanziaria, che saranno raffrontate con i dati di spesa media calcolati dall’Istat nella sua indagine annuale dei consumi. Dati che sono raggruppati e fatti rientrare nei parametri di 11 famiglie tipo (single o coppie, con o senza figli, sotto i 35, sopra i 65 o compresi nella fascia 35-65 anni) che sono poi suddivisi in 5 aree geografiche di residenza (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole) per un totale quindi di 55 tipologie familiari.
Ne deriva che, in base al nuovo redditometro, non solo ciò che risulta dai nostri effettivi documenti di spesa ma anche una semplice presunzione basata sulle medie Istat sarà sufficiente a far sì che il valore più alto fra i due possa essere considerato per accertare il nostro reddito presunto da raffrontare poi con quanto da noi dichiarato e far scattare un accertamento in caso di divergenza di valori (come detto scostamenti superiori al 20% e a 12mila euro l’anno).  
Il redditest è invece un software messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate per permettere ai contribuenti di verificare da soli la coerenza fra il reddito dichiarato e le spese sostenute e prevenire in tal modo accertamenti da redditometro.
Lo spesometro è uno strumento parallelo e per certi versi integrativo del redditometro che consente al Fisco di controllare le spese effettuate dai singoli cittadini, siano essi titolari o meno di partita Iva. A partire dall’esercizio 2012, per qualsiasi spesa di qualunque importo (4), il venditore (e quindi anche l’antiquario o il mercante d’arte o la casa d’aste) è obbligato per legge a registrare il codice fiscale dell’acquirente e a comunicare i dati dell’acquisto per via telematica all’Agenzia delle Entrate. Importo, tipologia dell’acquisto e codice fiscale dell’acquirente confluiscono in una banca dati unica che analizza tutte le spese relative a ogni singolo codice fiscale e uno speciale algoritmo informatico farà scattare l’accertamento fiscale induttivo a carico di tutti i soggetti che hanno effettuato spese superiori al reddito dichiarato, cioè al tenore di vita economico e fiscale che appare al fisco.
Infine Serpico, che purtroppo nulla c’entra con il poliziotto interpretato nell’omonimo film da Al Pacino, è un acronimo che sta a significare «Servizio per le informazioni sul contribuente». Si tratta di una gigantesca banca dati (5) a disposizione del fisco che a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto del decreto «Salva-Italia» del governo Monti e della contestuale completa caduta del segreto bancario in Italia, si è arricchita dei dati dei conti correnti bancari, degli investimenti finanziari e delle operazioni al di sopra dei mille euro. Di fatto tutto ciò che si può conoscere sulla vita di un soggetto viene tracciato in una serie infinita di dati informatici a disposizione del fisco per verificare se le spese sostenute dal soggetto, e quindi il suo tenore di vita, possano o meno essere coerenti e congrui con quanto da lui dichiarato nel proprio Modello Unico.
Dal 1° gennaio 2013, la Manovra Monti stabilisce infatti l’obbligo per le banche e tutti gli intermediari finanziari di comunicare periodicamente all’Anagrafe tributaria ogni movimentazione relativa ai conti correnti della clientela, il che significa tutti gli importi versati o prelevati, oltre alla disponibilità liquida presente sul conto al momento della comunicazione, quindi non più solo informazioni relative all’esistenza o alla cancellazione di un determinato conto, come avveniva fino al 31 dicembre scorso.
Serpico è poi collegato con le banche dati di Catasto, Demanio, Inps, Inail, Dogane, Motorizzazione e Assicurazioni per creare una tentacolare rete di informazioni che, partendo dal codice fiscale, individua i beni posseduti dal soggetto, le utenze a lui intestate, le spese voluttuarie compiute, come per esempio per gioielli e opere d’arte, le polizze stipulate, come per esempio quelle contro incendio e furto per una collezione d’arte, per finire alle informazioni su conti correnti e movimentazioni bancarie, da incrociare poi con quanto dichiarato dal soggetto.
Come il lettore potrà facilmente comprendere dalla lettura di queste righe, gli amanti di quadri, opere d’arte e oggetti preziosi devono quindi valutare quanto l’acquisto e la disponibilità di tali beni possa compromettere il loro rapporto e la loro pacifica convivenza con l’Agenzia delle Entrate. Il possesso di opere d’arte potrebbe infatti rappresentare una pericolosa arma a disposizione del fisco al fine della determinazione sintetica del reddito a loro carico. Nella precedente versione del redditometro il possesso di opere d’arte non rappresentava infatti un indice reddituale automatico, in quanto la tabella allegata al decreto non riportava le opere d’arte fra i beni indice. Le opere d’arte venivano considerate in via residuale solo come ulteriori elementi e circostanze di fatto per addivenire a una determinazione sintetica del reddito. Il comportamento del fisco in questo caso poteva essere duplice: poteva considerare l’opera d’arte come un incremento patrimoniale, soprattutto se di un certo importo, e quindi richiedere al contribuente l’esibizione della prova che era stata acquistata tramite disinvestimento di altri beni o con somme prese a prestito o derivanti da successione o donazione, oppure poteva considerarla come una spesa corrente dell’anno, soprattutto nel caso di un importo non molto alto, e imputarla direttamente al reddito dichiarato in quell’anno, verificandone la congruità.
Nella nuova versione del redditometro, tra le spese considerate come parametro sono invece espressamente contemplati gli oggetti d’arte e antiquariato, come anche l’argenteria, orologi e gioielli, quindi il fisco potrebbe imputare l’acquisto di un quadro, di un gioiello o di un mobile d’antiquariato, al pari dell’acquisto di un’auto, direttamente al periodo di imposta in cui è stato sostenuto, con la conseguente necessità per l’acquirente di dover dimostrare, in caso di accertamento, che l’acquisto è stato finanziato con redditi tassati alla fonte in via definitiva o con redditi o risparmi accumulati in anni precedenti.
Oggi più che mai quindi ogni acquisto di un oggetto d’arte, specie se di un certo valore, deve essere preceduto da un’attenta analisi della congruità del reddito dichiarato rispetto alla spesa da effettuare, oppure dalla certezza di poter dimostrare in modo palese e inconfutabile che l’acquisto è stato effettuato con somme prese a mutuo, o derivanti da disinvestimenti di altri beni o da una successione o donazione.
Occorre poi non dimenticare che il fisco potrà richiedere giustificazione per tutti gli investimenti in oggetti d’arte effettuati dal 2009 in avanti tramite l’utilizzo del redditometro, supportato dallo spesometro e da Serpico, dal controllo della movimentazione bancaria e dalla tracciabilità sul contante per le spese oltre i mille euro. E in molti casi potremmo non avere più il giustificativo di spesa o la prova che ci potrebbe permettere di dimostrare l’acquisto e come l’abbiamo finanziato, visto che l’accertamento potrebbe per esempio basarsi sull’anno 2009 o 2010. Direi che non c’è certo da stare allegri. E la ciliegina sulla torta sarà rappresentata dall’aumento dell’Iva al 22% a partire dal 1° luglio di quest’anno, che andrà a infliggere un ulteriore colpo ai consumi anche di oggetti d’arte e antiquariato, dopo che il 2012, per il crollo verticale dei consumi, già è passato alla storia come l’anno peggiore dal secondo dopoguerra.
Fabio Guffanti
docente al Master di Diritto Tributario presso l’Università Cattolica di Milano – docente al Master di Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali presso il Sole 24 Ore
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Note:
[1] Previsto all’art. 38, comma 4, del D.P.R. n. 600/73, poi modificato dall’art. 22 del D.L. n. 78/2010 e recentemente regolato con Decreto del 24.12.2012 pubblicato in G.U. n. 3 del 04.01.2013.
[2] associazione dei consumatori
[3] a norma del D.L. n. 41/95 sono compresi anche oggetti da collezione come monete, francobolli e oggetti aventi più di 100 anni
[4] per il 2010 valeva solo per le operazioni sopra i 25.000 euro e per il 2011 sopra i 3.000 euro con fattura o 3.600 euro senza fattura
[5] in grado di elaborare 22.000 informazioni al secondo in una memoria da un milione di miliardi di byte.

Fabio Guffanti, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


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