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La cultura per la politica non esiste

È la grande, totale assente dai programmi elettorali

Roma. Si svolgono domenica 24 e lunedì 25 febbraio le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento e, ancora una volta, il tema dei beni culturali e paesaggistici viene pressoché totalmente tralasciato. Non soltanto nei dibattiti televisivi, ma anche nei più dettagliati programmi elettorali dei vari partiti e coalizioni in campo, esaminati da «Il Giornale dell’Arte» una volta depositate ufficialmente le liste elettorali (21 gennaio). Pochi, e spesso generici, cenni, fatta salva qualche eccezione. Abbiamo anche cercato di approfondire l’indagine dando voce alle idee e alle proposte dei referenti di settore dei vari partiti politici. Operazione non semplice, in alcuni casi addirittura non fattibile, in assenza sia di materiali disponibili, sia della collaborazione delle forze politiche, Conferma ulteriore dello scarso interesse per il tema...

Coalizione Pd-Sel-Psi
Il Partito democratico in «Coraggio per l’Italia. Dieci idee per cambiare» spiega nella sezione «Sviluppo»: «L’unica possibilità che ha il nostro Paese di vincere la sfida della globalizzazione è tornare a puntare sull’eccellenza del Made in Italy. Immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d’investimento, di ricerca e di innovazione nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi: (...) le tecnologie legate all’arte, alla cultura e ai beni di valore storico (...)». Più avanti il candidato premier Pierluigi Bersani inserisce tra i «Beni comuni» anche il patrimonio storico, artistico e paesaggistico ma non si leggono soluzioni specifiche ai tanti problemi del settore. E Matteo Orfini (responsabile del Dipartimento Cultura e Informazione del Pd e candidato alla Camera dei Deputati, Lazio 1) sottolinea la necessità di «un piano straordinario anticrisi, che nell’immediato dia il segno di una forte discontinuità rispetto al passato. A cominciare dalle norme che tutelino e valorizzino le professionalità che operano nel settore, con l’approvazione della legge per la qualificazione dei professionisti dei beni culturali già presentata nel corso di questa legislatura; il ripristino della liberalizzazione della professione di guida turistica; il completamento dell’iter regolamentare relativo all’archeologia preventiva, oltre al necessario riordino delle fonti di finanziamento straordinarie (Lotto, 8 per mille, fondi ex Arcus ecc., finanziamenti fondazioni bancarie) secondo criteri di programmazione pluriennale e forme di perequazione degli squilibri territoriali».
Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola, in una lunga premessa della sezione «La solita cultura oppure un Ministero della creatività», spiega la situazione odierna con buona precisione attraverso dati Eurostat e Federculture: 4.340 musei, 46.025 beni architettonici vincolati, 12.375 biblioteche, 34mila luoghi di spettacolo, 47 siti Unesco, investimento pubblico annuo destinato alla cultura di 1,42 miliardi di euro, pari allo 0,19% del bilancio statale (0,11% del Pil), uno dei più bassi a livello europeo (la Germania investe nel settore l’1,35%), ulteriormente ridotti a seguito della crisi (rappresentava lo 0,39% del Pil prima del 2008). Si accenna anche agli occupati nel comparto biblioteche, archivi, musei e altre attività culturali: circa 38mila persone tra cui pochissimi «giovani», visto che l’età media del personale è di 58 anni. Nella nota non seguono ricette specifiche, a parte qualche «sogno»: «Noi metteremo la cultura e la creatività al centro delle scelte di politica economica del governo, superando l’attuale Mibac e tutte le deleghe oggi sperse nei mille rivoli di altrettanti Ministeri e varando il “Ministero per la creatività”, per uscire dalla trappola della sola conservazione dei beni culturali ai fini della promozione turistica e introdurre l’idea d’industria creativa», così ripensando il ruolo di musei, biblioteche e luoghi d’arte. Attenzione specifica è prestata allo spettacolo, anche attraverso l’approvazione di una Legge quadro che «stabilisca che il Fus assuma il carattere di fondo di investimento pluriennale; (…) e tuteli i contributi dello spettacolo in materia di contributi, salari e stagionalità del loro lavoro». Questo perché «siamo ancora in presenza di un regio decreto degli anni ’30 secondo cui gli occupati nell’ambito dello spettacolo non possono essere considerati lavoratori», ci dice Claudio Fava (responsabile Cultura e Comunicazione per Sel e candidato alla Camera, Lombardia 1).
In chiusura, alcune precisazioni sul ruolo dei privati e la loro partecipazione al settore dei beni culturali, da «ripensare profondamente (…) per una nuova alleanza (…) che faccia emergere le potenzialità del privato non solo in termini finanziari, ma quale “portatore sano” di innovazione attraverso competenze, idee (…)». Auspicando la nascita di «un nuovo soggetto economico imprenditoriale: l’impresa culturale (…) per il quale il profitto non è l’obiettivo fondamentale, essendo sufficiente il pareggio di bilancio, ma in quanto capace di rilanciare l’occupazione».

Lista Monti
Nell’Agenda «Cambiare l’Italia, riformare l’Italia» del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, candidato con «Scelta civica» e con i partiti Fli e Udc, c’è il paragrafo «L’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo» dove si fornisce anche una «ricetta» dopo avere ricordato come il premier Monti abbia facilitato progetti di finanziamento, partiti almeno in parte in precedenza, su Pompei, Accademia di Brera, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Museo di Capodimonte. Occorrono «intese, scrive Monti, con le fondazioni di origine non bancaria o forme calibrate di partnership pubblico-privato che potrebbero consentire un allargamento dello spettro delle iniziative finanziabili». Cenni anche al turismo, ma si entra poco merito. Secondo Ilaria Borletti Buitoni (capolista alla Camera per Scelta Civica con Monti per L’Italia, Circoscrizione Lombardia 1), in particolare, occorre «riprendere il Decreto Legge sul consumo di suolo agricolo del ministro Catania, già approvato dalla Conferenza delle Regioni nel novembre 2012; sollecitare l’azione del prossimo Governo sull’adozione immediata di un piano per la messa in sicurezza del territorio nazionale e stilare una proposta di legge quadro per il Terzo Settore, tuttora regolato da una legge del 1942 che non prevede l’esistenza tra Stato e mercato di un terzo soggetto con finalità pubbliche».

Coalizione Pdl-Lega
Nel programma del Pdl del capo della coalizione Silvio Berlusconi, i cenni alla cultura sono generici, sotto il capitolo «Cultura, sport e spettacolo»: «Non può esserci un taglio indiscriminato delle risorse pubbliche, ancora essenziali nel settore, ma neppure una irragionevole chiusura all’apporto dei privati; finalizzare gli introiti prodotti dai beni culturali agli investimenti sulla cultura; valorizzare “l’esistente invisibile”: i musei italiani svuotino le cantine; avviare la sperimentazione dell’affidamento in concessione ai privati dei musei più in difficoltà; separazione tra cultura e spettacolo nell’assegnazione di risorse pubbliche». La Lega di Roberto Maroni si spende soprattutto sul comparto turistico pensando che con «l’offerta integrata del servizio turistico si possono creare quelle condizioni per una maggiore competitività, con evidenti ricadute su tutto il tessuto economico e produttivo locale», anche attraverso il potenziamento delle infrastrutture del Nord Italia.

Altri partiti
Beppe Grillo per il Movimento 5 stelle non fa riferimenti a musei e biblioteche neppure nel settore «Istruzione» del programma, così come non li fa Antonio Ingroia candidato premier per la coalizione Rivoluzione Civile: «Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese», dice al punto 5 del programma. In assenza di un responsabile ufficialmente incaricato («sarebbe una figura “novecentesca”, ormai superata», ci dice un portavoce), Giovanna Capelli, candidata al Senato in Lombardia, propone «la regolarizzazione, con nuovi strumenti giuridici, degli spazi creativi occupati come Macao a Milano, anche senza passare attraverso la forma del bando, riconoscendo la titolarità degli occupanti e la loro funzione artistica e sociale». Tra i dieci punti di interventi per la crescita di Fare per fermare il declino di Oscar Giannino non ci sono cenni specifici a musei e paesaggio neppure nel capitolo sulla scuola. Qualche parola, generica, in più la spende la candidata Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Ricorda la situazione e descrive la poca attrattiva dei musei e monumenti italiani, nonché la loro scarsa valorizzazione e spiega la sua ricetta: «Sviluppo di una politica di sistema, potenziamento della rete di servizi, formazione degli operatori, investimento sul turismo e promozione del marchio “Italia”, forte e incentivante politica di defiscalizzazione anche tramite ricorso all’istituto del credito d’imposta, a favore del privato».

Anna Saba Didonato e Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 328, febbraio 2013


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