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Vernissage

Palazzo delle Esposizioni

Roma città aperta: anni ’70 ruggenti e struggenti

Nel decennio d’oro delle neoavanguardie la Capitale catalizza una straordinaria polifonia, da De Chirico a Kounellis, da Burri a Twombly, tra mostre epocali e galleristi leggendari

Daniela Lancioni

La mostra «Gli anni Settanta. Arte a Roma», dal 16 dicembre al 2 marzo al piano nobile di Palazzo delle Esposizioni, documenta la complessità e la molteplicità di proposte formulate e in quel periodo la presenza in città di un eccezionale nucleo di artisti «autoctoni» o meno e di stranieri stanziali o di passaggio, oltre a gallerie, critici e associazioni. La mostra espone 200 opere di oltre 90 artisti ed è prodotta interamente dal Palazzo delle Esposizioni, con la curatela di Daniela Lancioni, che abbiamo intervistato.
Illustrare l’arte a Roma negli anni Settanta è un progetto complesso. Che tipo di mostra è?
Dovendo fare una storia di quegli anni c’erano più opzioni: partire da una visione monografica sui singoli artisti, da movimenti e situazioni storicizzate, da aggregazioni attorno alle gallerie più importanti e così via. Seguendo questi spunti però mi sono accorta che non riuscivo a creare una visione d’insieme, un percorso che conservasse quel dialogo e confronto tra aspetti diversi che proprio quegli anni ci hanno insegnato. L’unica garanzia per realizzare una mostra libera, lontana dalle idee precostituite, era fondarla sulla scelta delle opere, uniche protagoniste e unici testimoni della poetica dei diversi autori, delle relazioni e dinamiche create in città, delle connessioni con i fatti sociali dell’epoca. Questa non è una mostra pluridisciplinare ma concentrata solo sulle arti visive, sulla scommessa che tutto debba trasparire dalle opere realizzate o esposte a Roma in quel decennio, con pochissime eccezioni.
Da dove siete partiti e come avete scelto i lavori?
Il quadro d’insieme, il serbatoio da cui la ricerca ha pienamente attinto, è «Roma 1970-1979. Materiali per una documentazione», libro e mostra che facemmo nel ’95 sempre a Palazzo delle Esposizioni (per la cura di Daniela Lancioni, Ndr). Su questo abbiamo lavorato per proporre una nostra visione, che soltanto in parte ricalca le storicizzazioni conclamate. Ad esempio, nella prima sala ci sono opere di Burri, De Chirico, Kounellis, Paolini, l’«Autoritratto come Raffaello» di Salvo, Ontani e De Dominicis. Il tentativo è creare dialoghi tra artisti di generazioni diverse, anche sulla base di quanto da loro affermato: Kounellis con Burri, Ontani e Paolini con De Chirico. Ma soprattutto di raccontare come negli anni Settanta, usando anche eredità precedenti, ciò che è naturale, terreno, quotidiano, è stato trasfigurato in visioni che sono come chiavi per accedere a un mistero, a una complessità che attraversa i secoli.
Quindi si procede per singoli nuclei tematici e concettuali su cui gli artisti hanno lavorato?
Ogni sala ha un suo tema, con una breve introduzione che spiega il perché di certi accostamenti. Alcuni temi appartengono più alla prima metà del decennio. La mostra in questo senso può essere quasi divisa in due: nella prima parte il visitatore è libero di seguire percorsi paralleli, atmosfere di volta in volta più concettuali, sentimentali o spirituali. Di ogni opera viene messo in risalto un aspetto, ma ciascuno potrà trovare legami con lavori esposti in altre sale.
Quali temi avete individuato?
C’è l’idea del doppio, con il Paolini delle due lavagne esposte nel 1975 da Ferranti e non più viste da tempo. C’è l’opera d’arte come sistema, con una grande installazione di Daniel Buren che riproduce in negativo quella presentata agli Incontri Internazionale d’Arte nel ’72. Il tema «Gli uni e gli altri» comprende lavori vicini a una dimensione antropologica, mentre il disegno e la scultura documenta il consolidamento di alcuni valori conquistati nel decennio precedente tramite la riconsiderazione di un certo modo tradizionale di porre l’opera d’arte. Esemplare una delle 16 «Schegge» di Richard Tuttle esposte da Ferranti nel ’77 e ricreata da lui stesso appositamente per la mostra, un piccolissimo disegno a parete. Poi ancora c’è il tema del linguaggio, con un’importante installazione di Kosuth, ma anche con opere di Mauri, Lombardo e Patella. Il «tutto», un’idea universale molto praticata in quegli anni, è rappresentato da Boetti, da Anselmo, dalla ricostruzione di una personale di Ettore Spalletti alla Salita con tutte e cinque le tavole esposte allora, che non è stato facile recuperare. Tra gli altri temi, la politica, il sociale e la Narrative art.
Oltre alle opere, ci sono altre testimonianze visive di quegli anni?
Sì, ma a debita distanza. Per esempio, nei due corridoi a destra e sinistra della Rotonda ci sono le fotografie, quando le abbiamo trovate, delle opere ambientate nelle mostre degli anni Settanta. Nella Rotonda, ognuna delle specchiature viene dedicata a una delle quattro mostre capitali di quegli anni: «Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-70» a Palazzo delle Esposizioni, con le foto di Ugo Mulas, «Contemporanea» al parcheggio di Villa Borghese, con le foto di Massimo Piersanti, «Fine dell’Alchimia» all’Attico di Fabio Sargentini, con le foto di Claudio Abate, e «Ghenos Eros Thanatos» alla Salita di Gian Tomaso Liverani. Al centro, un pezzo emblematico e presente in tre delle quattro mostre, «Il tempo, lo sbaglio, lo spazio» di Gino De Dominicis prestato da Lia Rumma, uno scheletro umano con i pattini ai piedi che tiene al guinzaglio lo scheletro di un cane.

© Riproduzione riservata

Il reportage completo è pubblicato nel numero di «Vernissage» in edicola.

Federico Castelli Gattinara , da Il Giornale dell'Arte numero 337, dicembre 2013


  • «Illuminazioni» di Stefano Di Stasio presso La Stanza nel 1977
  • Sandro Chia, Gianfranco Notargiacomo e Ferruccio De Filippi nella mostra «Ferruccio De Filippi. Cosa significa il responso dell’oracolo?» presso la Galleria La Salita nel 1973

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