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Tutela e innovazione

Innovazione e restauro sono termini in antitesi, ma se l’innovazione è pensata a servizio del restauro, con la ricerca e l’applicazione di tecniche innovative si possono aprire nuove opportunità di fruizione garantendo la tutela dei beni storico artistici.
Durante un seminario tenutosi a Venezia il 23 novembre, dall’allettante titolo «Gestire il Patrimonio», in cui avrebbero dovuto essere presenti anche rappresentanti istituzionali, ma che, di fatto, si è risolto in un comizio a tre contro il Ministero dei Beni culturali (in cui i due relatori, Cesare De Michelis, presidente di Marsilio Editori e Nicola Maccanico, vicepresidente di Civita, con il moderatore Mariano Maugeri, giornalista del «Sole 24 Ore», erano agguerriti sostenitori della privatizzazione incondizionata), mi è parso d’obbligo intervenire richiamando l’attenzione sul tema della tutela. L’auspicio era di aprire un dibattito costruttivo, controbilanciando il pensiero unico dei relatori, fatto di generalizzazioni semplicistiche, sul tema della gestione dei beni culturali. Fortunatamente la platea ha risposto sollecita, ai soliloqui arrivati dal palco, con argomentazioni puntuali e tutt’altro che scontate. E il fatto che gli interventi contro la banalizzazione della gestione che favorisce la mercificazione dei beni culturali siano arrivati da un pubblico prevalentemente di studenti universitari ha dato una nota di speranza inaspettata sul futuro di questo settore.
La gestione non può mai prescindere dalla tutela; le due cose possono essere controllate da entità diverse, ma la tutela deve sempre prevalere, perché è nostro dovere consegnare a chi verrà dopo di noi il patrimonio artistico che immeritatamente abbiamo ereditato; e se l’innovazione tecnica ci consente di intervenire con maggiore efficacia, nel rispetto dell’opera da conservare, dal punto di vista decorativo, strutturale e in generale materico, possibilmente mirando alla reversibilità, ecco che otterremo un restauro innovativo di tutto rispetto.
Il Ministero dei Beni culturali non è efficiente, non sa mettere in atto una gestione produttiva e si occupa di troppi settori: questi sono gli argomenti su cui possiamo concordare, ma il ruolo di tutela non può che essere svolto da un’istituzione che deve essere pubblica e di competenza nazionale. Mi limito a fare l’esempio del settore che meglio conosco, il restauro. Verificare che i lavori siano eseguiti nel rispetto dei principi propri di questa disciplina, impedire che professionalità non competenti mettano mano a operazioni delicate che possono compromettere la conservazione e la leggibilità di tracce storico artistiche che caratterizzano l’opera, è compito che non può svolgere chi mira a un rapido ritorno economico, ma deve essere affidato a un soggetto super partes, quale dovrebbe essere il Ministero dei Beni culturali. E ci sono certamente tanti campi dell’espressione artistica che necessitano della medesima forma di tutela.
Nei teoremi di liberalizzazione tout court, privi di controllo sulla qualità delle operazioni messe in atto, c’è una forma di miopia pericolosissima. Lo abbiamo visto nello sfruttamento del suolo, con la deturpazione del paesaggio, con la cementificazione, con l’abbandono di coltivazioni tradizionali in agricoltura. Oggi ci si rende conto che l’arricchimento di pochi ha determinato l’impoverimento di tutti.
Questa nuova consapevolezza verso la Tutela del Bene Comune, basterà a frenare gli insani appetiti di scaltri lucratori e a rivitalizzare il ruolo sano del Ministero dei Beni culturali?
La gestione privata dei Beni culturali è auspicabile, a patto che la tutela sia efficacemente esercitata da un ente pubblico, il Ministero dei Beni culturali? Sì, ma non c’è dubbio che dev’essere un Ministero rivisto e corretto rispetto a come lo conosciamo. Più snello e più efficace.

Anna Scavezzon
Presidente RIBac

Anna Scavezzon, edizione online, 2 dicembre 2013


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