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Chiusa la Biennale «degli zainetti». Ed è record: 475mila visitatori

Venezia. Quando si fa il consuntivo di una grande mostra pubblica i numeri sembrano contare più delle parole. Ma intorno al dato più vistoso della 55ma edizione della mostra di Arti Visive della Biennale di Venezia, i 475mila visitatori al netto del pubblico della vernice (nuovo record) e intorno ad altre ragguardevoli e incoraggianti cifre, di parole, nel finissage del 24 novembre, se ne sono fatte molte, sia in sede di conferenza stampa di chiusura sia nel meeting tra curatori sul tema «Musei e Biennali» che ha chiuso, nel pomeriggio, la giornata: sono intervenuti, con il presidente della Biennale Paolo Baratta, e il curatore dell’edizione 2013 Massimiliano Gioni, Bice Curiger, curatrice della 54. Esposizione Internazionale d’Arte nel 2011, Cristiana Collu, direttore del Mart di Trento e Rovereto, Alfredo Cramerotti, direttore del MOSTYN e cocuratore di Manifesta 8, Achille Bonito Oliva, curatore della 45. Esposizione Internazionale d’Arte nel 1993, Vicente Todolí, Artistic Advisor all’Hangar Bicocca di Milano, e Abdellah Karroum, direttore del Mathaf: Arab Museum of Modern Art di Doha.
Che cosa dev’essere, nel 2013, una biennale d’arte contemporanea? In che cosa si distingue la Biennale di Venezia rispetto agli altri segmenti del sistema dell’arte? Questi gli interrogativi che hanno percorso il finissage. Ora che le fiere si presentano, nella confezione, come «biennali» e che i musei si sovrappongono alle gallerie private nella presentazione up-to-date del contemporaneo, non è che la Biennale di Venezia, a sua volta, rischi di tramutarsi essa stessa in un museo? Gioni stesso, del resto, quando ancora una volta gli si è fatto notare il tono retrospettivo di molte sale del suo «Palazzo Enciclopedico», ha ricordato che l’identità storica della Biennale ha contemplato spesso la documentazione del passato, remoto o prossimo che fosse, dalla monografia su Morandi nel ’48 all’edizione del centenario diretta da Jean Clair nel ’95, passando attraverso molte edizioni degli anni Settanta e le wunderkammer ispiratrici di Adalgisa Lugli nel 1986.
Da navigato «uomo di comunicazione» qual è, Baratta si è mostrato privo di ogni dubbio circa l’identità della pluricentenaria rassegna di Venezia. Più che della proliferazione mondiale delle biennali («dovevate imporre il copyright», gli avrebbe fatto notare poco dopo, scherzando ma non troppo, Achille Bonito Oliva), parrebbe molto preoccupato a distinguere la madre di tutte le biennali dalle più vicine «concorrenti», le fondazioni Pinault, Prada e derivati. Non lo dice, ma lascia intendere che si riferisce a quel tipo di logiche espositive quando dichiara «la Biennale non fa promozione ma divulgazione», «non sancisce valori», ma «mette il pubblico nelle condizioni migliori perché essi siano percepiti», pur «lavorando di setaccio».
E ancora, riferendosi ai rischi insiti nella grande popolarità raggiunta dal contemporaneo negli ultimi vent’anni, quando tuona «la Biennale mette il bastone tra le ruote del conformismo», perché essa è «il luogo della complessità e non della semplificazione».
Più problematico, forse, stabilire come la Biennale possa anche essere «orientamento» del visitatore rispetto al mare magnum di immagini che quotidianamente lo inondano, in presenza di un «Palazzo Enciclopedico» in cui artisti e dilettanti, professionisti e «avventurieri della conoscenza» (dixit Gioni) sono messi sullo stesso piano. Dribblando il problema e la stessa distinzione tra arte ed etnologia, Gioni rinvia gli scettici a una visita al Metropolitan Museum o in altre istituzioni americane, dove l’arte antica è mescolata con oggetti d’uso comune.
In ogni caso, sembrerebbe che dovremo adeguarci a un sistema dell’arte dalle pareti mobili e dai confini sempre più labili, laddove i musei d’arte antica dovrebbero tener conto, secondo Bice Curiger durante il meeting pomeridiano, della crescita del pubblico del contemporaneo, concedendogli maggior fiducia e rivedendo certi arroccamenti, in chiave di allestimento, basati su categorie, come quella stilistica, a detta della relatrice non più attuali. Un futuro «liquido», come dice Achille Bonito Oliva, e nomade, nel quale la stessa idea di rappresentativa nazionale alla Biennale di Venezia dovrebbe evolversi verso nuove strategia, ad esempio «l’adozione di un artista a distanza».
Avrà fatto piacere ad Abo, per restare in tema di nomadismo, che l’Indonesia abbia da poco lanciato l’idea del padiglione nazionale itinerante, con tappe in Australia e in patria. I curatori convenuti al Teatro Piccolo hanno, coscientemente o meno, evitato alcuni argomenti che non sarebbero stati fuori tema: il ruolo dell’arte antica o storicizzata, sempre più presente alla fiere d’arte contemporanea, come «garante» e parametro, vero o presunto, di sicuro strumentale, del contemporaneo, e del vantaggio che il settore antiquariale o quello legato al ’900 storico traggono sfruttando la corrente calda del contemporaneo in termini di pubblico e di «evento»; oppure di come la proliferazione delle biennali nel mondo si debba anche alla necessità di aprire vetrine anche commerciali che spesso seguono la logica del fast food: dove il cibo propinato è lo stesso, con l’accortezza di aggiungere strategicamente al menu qualche spezia locale.
Di mercato, piuttosto, ha parlato Baratta e non ha lesinato le tinte forti, paragonando i colpi dei martelli dei battitori d’asta al lugubre clangore dei magli dei Nibelunghi wagneriani intenti a forgiare l'oro del Reno: un’iperbole negativa mirata soprattutto a stigmatizzare il culto dei top prize e dei balloons di Jeff Koons, e utilizzata per distinguere nettamente, ancora una volta, il ruolo della Biennale, luogo, appunto, di una complessità non riducibile a stime e aggiudicazioni, e di valori non confondibili con i prezzi.
Se alla Biennale non contano i prezzi, contano invece, e molto, i numeri, soprattutto quelli che aiutano Baratta a dar loro una valutazione non solo quantitativa ma qualitativa. E la qualità, il presidente, la individua nel fatto che nella settimana del ponte di Ognissanti il numero dei visitatori (28.386) ha superato quello dell’afflusso alla vernice (20.424), a riprova che la Biennale non è solo glamour ed «eventismo» espositivo. E ancora: il 31,75% dei visitatori totali è composto da giovani e studenti, e questi ultimi (il dato si riferisce all’ingresso a gruppi) hanno costituito il 21% dell’afflusso totale: «Non è la Biennale degli yacht, ma degli zainetti», ha dichiarato il presidente.
Di sicuro, i 475mila visitatori «contengono» il pubblico del futuro, se almeno una piccola parte dei 31.565 studenti che hanno partecipato alle attività del programma educativo da grandi torneranno ai Giardini e all’Arsenale. E pazienza se tra gli sponsor c’è la presenza dell’assai poco educativa nicotina della Japan Tobacco International. Sono cose che, in fondo, si perdonano a questa Biennale e a Baratta, l’«uomo che veste da borghese ma parla come un francescano», come l’ha definito in conferenza stampa Umberto Vattani, presidente della Venice International University e diplomatico, riferendosi al concetto, caro al presidente, di istituzione intesa come servizio pubblico. Un presidente secondo il quale «la Biennale di Venezia parla a nome del pubblico» e non delle accademie critichesi, delle camarille curatoriali o delle cricche galleristiche. Pubblico di qualità, s’intende, perché formato all’arte contemporanea dalla stessa Biennale e perché giovane, creato con la capillare «scolarizzazione» degli stessi insegnanti. Complessità nei contenuti e qualità del pubblico, ovvero formazione: saranno questi i due canali sui quali proseguirà principalmente il lavoro di Baratta di qui al 2015, quando scadrà il suo secondo mandato.
Di sicuro, lascerà una Biennale più complessa perché più sfaccettata e ricca, dal momento che il rilancio di settori tradizionalmente considerati minoritari rispetto alle arti visive, come l’architettura, la danza e il teatro, rappresenta uno dei suoi maggiori risultati. Una Biennale di qualità, infine, perché, proprio operando sul terreno dell’educazione e della formazione, Baratta sta dimostrando che «divulgazione» non è necessariamente sinonimo di «vulgata».

Franco Fanelli, edizione online, 25 novembre 2013


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