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Italia-Giappone

Accordo internazionale per la «Tavola Doria»

Esposto per 26 anni a rotazione (Tokyo e Uffizi) il dipinto, copia probabilmente di Leonardo, illustra un brano della perduta «Battaglia di Anghiari»

Roma. Dopo settant’anni è rientrata in Italia (con polizza assicurativa di 20 milioni di euro) la cosiddetta «Tavola Doria». Forse un bozzetto di mano di Leonardo, oppure opera di scuola, raffigura un particolare centrale della «Battaglia di Anghiari» (1503-05) dipinta sulle pareti del fiorentino Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, andata perduta dietro un’opera successiva di Giorgio Vasari (e da anni oggetto di ricerche, anche invasive e motivo di polemiche scientifiche sia politiche). Alcune analisi preventive hanno messo in luce nel dipinto l’utilizzo di fili di canapa per «legare» il colore alla tavola (una tecnica utilizzata da Leonardo) e la presenza di un disegno con pentimenti sotto la pellicola pittorica.
Fino al 13 gennaio sarà visibile al Quirinale in una mostra curata da Louis Godart, consigliere della Presidenza della Repubblica per la Conservazione del Patrimonio artistico. Dopo il Quirinale, la tavola andrà all’Opd per gli accertamenti (anche per verificarne l’eventuale autografia leonardesca) e da giugno, quasi sicuramente, in mostra agli Uffizi.
Dal 1621 nella collezione Doria di Genova (indicato come opera leonardesca), il dipinto passò ai Doria d’Angri che nel 1939 lo vendettero all’asta, dove fu comprato dal marchese genovese Giovanni Niccolò De Ferrari, che, nonostante fosse notificato (nel 1939 da Bruno Molajoli, poi di nuovo nel 1941), lo portò con sé in Svizzera. Passò poi in Germania (all’Interkunst di Georg Hoffmann), finché nel 1992 non venne acquistato in Giappone dal Tokyo Fuji Art Museum presso un collezionista locale che l’aveva a sua volta comprato in Germania. Dal 1983 la «Tavola Doria» era ricercata a livello internazionale dalla polizia italiana. Nel 2008 era stata individuata in un caveau svizzero: da allora sono iniziate le trattative intercontinentali.
La sua donazione allo Stato italiano nasce da una cooperazione internazionale tra il Tokyo Fuji Art Museum e il Mibac, dopo l’individuazione dell’opera, proprio nel museo giapponese, da parte dei Carabinieri del Nucleo di Tutela patrimonio culturale. Lo scorso 12 giugno è stato firmato un accordo tra le parti che prevede un prestito a rotazione dell’opera dal 2014 e per 26 anni: per quattro anni sarà esposta nel museo giapponese e per due agli Uffizi. Il museo giapponese avrà inoltre l’esclusiva per i diritti economici su quanto è correlato all’immagine del dipinto e potrà ottenere altri prestiti (non è chiaro quanti e quali) per progetti espositivi in Giappone e all’estero. Infine il dipinto dovrà sempre essere esposto con la dicitura «Dono del Tokyo Fuji Art Museum».
In apertura della mostra al Quirinale, il ministro Ornaghi ha sottolineato soddisfatto l’avvio di un «percorso di collaborazione» tra il Mibac e il museo giapponese (sempre in conformità al Codice dei Beni culturali), mentre il sottosegretario Roberto Cecchi, che ha preso parte alla trattativa, ha dichiarato che «l’accordo stipulato con i rappresentanti del Tokyo Fuji Art Museum che l’avevano acquistata in buona fede consentirà a tutti i cittadini di ammirarla e agli studiosi di Leonardo di approfondire le numerose questioni che pone la realizzazione della “Battaglia di Anghiari”».
Nel frattempo si sono scatenate le polemiche sull’accordo internazionale (secondo alcuni tutto a vantaggio del museo giapponese) e in alcuni casi, addirittura sulla «bontà» del dipinto, come quelle di Salvatore Settis («la Repubblica», 28 novembre), Fabio Isman («Il Messaggero», 27 novembre), Vittorio Sgarbi («Il Giornale», 8 dicembre). Manlio Frigo, consulente del museo giapponese e studioso della circolazione internazionale dei beni culturali, ha dichiarato al nostro mensile: «Non solo il Tokyo Fuji Art Museum era il legittimo proprietario dell’opera, come riconosciuto dallo Stato italiano che ha accettato la donazione, ma nessuna confisca sarebbe stata possibile. Non è per questo che il Museo ha deciso la donazione».

Francesca Romana Morelli , da Il Giornale dell'Arte numero 327, gennaio 2013



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