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Domenico Maria Viani: non una, ma due versioni

Facendo riferimento a una lettera apparsa sullo scorso numero (p. 72) firmata da Marco Riccomini, sono doverosamente in campo per difendere l’azione della Soprintendenza, che grazie alla ricerca di Angelo Mazza (pubblicata su ilgiornaledellarte.com, Ndr) non ha bisogno di ulteriori commenti, e per alcune precisazioni necessarie alla conoscenza della verità storica.
Dopo un’attribuzione a Domenico Maria Viani, pubblicata sul catalogo Christie’s del 30 maggio, il capo dipartimento dipinti antichi della casa d’aste, avvenuta la vendita, ha asserito sul citato numero di luglio di questo Giornale che il dipinto venduto non è che una replica da una versione presente al Museo di Ajaccio, che fino ad allora non era nota, perché attribuita a Gian Domenico Valentino. Nel catalogo della vendita Christie’s anche l’interpretazione del soggetto non era corretta. Ma la corretta lettura del soggetto, sant’Antonio Abate e Paolo Eremita (e non Benedetto e un eremita), permette di ricostruire un’interessante storia attraverso gli inventari emiliani che, com’è noto agli storici dell’arte, sono sempre dettagliati e prodighi di informazioni. Aggiungo che, documenti e archivi a parte, il dipinto in questione è veramente un’opera di grande rilievo, che all’esposizione dell’asta del 30 maggio spiccava per le sue intrinseche qualità pittoriche, la grande misura, la solenne impostazione e gli evidenti rimandi alle composizioni di Lodovico Carracci.
Come si legge nella puntuale ricerca di Angelo Mazza, che ringrazio vivamente per le informazioni inedite che si aggiungono a quanto questa Soprintendenza  conosceva al momento dell’avvio del procedimento, Domenico Maria Viani eseguì non una, come risultava al momento dell’asta, ma due versioni con questo soggetto. Era sua consuetudine infatti, dopo aver iniziato una composizione, interromperla per eseguirne un’altra identica e poi tornare sulla prima in una perenne ricerca di migliorare, continuamente apportando correzioni a se stesso. Già in antico, come si rileva dai preziosi documenti rintracciati dal Mazza, se ne conoscevano due versioni autografe. Una già in casa Legnanferri, citata da Luigi Crespi come «quadro pregiatissimo» nel tomo terzo della Felsina pittrice (Roma 1769) e dall’Oretti (post 1780), pervenne nel 1805 per via ereditaria nella collezione Malvezzi.
L'altra versione dello stesso Viani (questa è la novità apportata dalle ricerche qui pubblicate), definita come «lo stesso pensiere di quello della casa Legnani», era presente in casa del pittore Fiore Pilati (morto nel 1769), che aveva acquisito dagli eredi del Viani molte opere del suo maestro (Oretti). Esistono quindi due versioni di questo dipinto di Domenico Maria Viani, ambedue documentate e suffragate per la loro qualità dai contemporanei, una ad Ajaccio e una battuta all’asta Christie’s di Milano il 30 maggio.
Sandrina Bandera
soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici di Milano; direttore della Pinacoteca di Brera, 14 agosto 2012

Sandrina Bandera, da Il Giornale dell'Arte numero 323, settembre 2012


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