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Roma. Una volta era la città eterna

Quarta puntata della grande inchiesta sull'Italia malata

Centurioni «abusivi» al Colosseo: simbolo del degrado urbano sempre più diffuso in città, compresi i luoghi storico-monumentali

Roma. L’Urbe è vera capitale e simbolo delle contraddizioni che incombono sui tesori artistici del Paese: emblema di eccellenza straordinaria con la sua archeologia unica al mondo, ma ogni giorno devastata da incuria, crolli, centro storico degradato, abusivismo nelle aree vincolate, monumenti appena restaurati e subito chiusi, musei colpiti da serrate improvvise.
Un segnale positivo arriva per uno dei miti universali di Roma, il Colosseo: si lascia alle spalle un umiliante degrado di decenni per rinascere con un restauro totale. Partono in dicembre i lavori finanziati con 25 milioni di euro da Diego Della Valle dopo tre anni di battaglie legali e feroci critiche contro l’imprenditore-sponsor accusato di voler sfruttare il Colosseo a fini commerciali. Simbolo del difficile  e irrisolto rapporto pubblico-privato che pesa sullo Stato talvolta comatoso dei nostri beni culturali. Il 31 luglio, solenne annuncio del via ai lavori. Il sindaco Gianni Alemanno dice: «Il restauro trasformerà il Colosseo da splendida rovina a punto focale per Roma».

I tempi del Colosseo
I lavori si svolgeranno in tre fasi, 915 giorni in totale. Il Colosseo rimarrà sempre aperto ai visitatori sino a fine lavori, nel 2015. Partito l’appalto numero uno: valore 6,613 milioni di euro. A dicembre, prima impalcatura sul lato del Colle Oppio. È la parte più danneggiata, 30 fornici su tre livelli fino all’attico, oltre 50 metri di altezza. Ogni ora 2mila auto, camion e bus passano davanti all’Anfiteatro flavio: gas inquinanti e rumore lo stanno sbriciolando da decenni. Alemanno promette che il traffico sarà in parte deviato nel 2015, ma Legambiente con l’appoggio di altre associazioni ambientaliste ha raccolto migliaia di firme perché venga pedonalizzata l’intera zona dei Fori. Nella seconda fase (sempre entro il 2015) verrà costruito il nuovo centro servizi-biglietteria-merchandising per l’intero complesso Colosseo-Palatino-Fori Imperiali. Costo: 4,5 milioni. Il terzo appalto (progetto in corso) riguarderà il restauro di parte delle aree sotterranee: consegna entro il 2016. «A fine lavori la superficie visitabile del monumento aumenterà del 25%», dice la soprintendente per i Beni archeologici Mariarosaria Barbera.

Degrado inaccettabile
Roma deve risolvere soprattutto la scandalosa situazione del «decoro» non soltanto del Colosseo ma di tutta l’area archeologica invasa da folle di venditori abusivi che occupano con bancarelle e camion-bar perfino le entrate dell’anfiteatro davanti al quale decine di mimi, centurioni e gladiatori rincorrono i turisti costretti a pagare cara una foto ricordo. Aumenta anche l’assedio dei bus che aspettano i turisti a motore acceso e in sosta vietata. Piaghe di quotidiano degrado che infettano ormai tutti i luoghi più famosi della città: dai Fori a Castel Sant’Angelo, Pantheon, piazza di Spagna, Trinità dei Monti, piazza Navona ormai invisibile, con il Circo Massimo trasformato in immensa vetrina pubblicitaria e palcoscenico per spettacoli sportivi e canori, enormi gazebo proliferano lungo le banchine del Tevere. «La Regione incassa affitti irrisori per l’estate romana, mentre gli stand rendono migliaia di euro per queste manifestazioni soprattutto commerciali, raddoppiate in cinque anni con i loro spettacoli “spacca decibel” e salsicce arrostite», denuncia Nathalie Naim, consigliera dei Verdi del I Municipio. «La terrazza sui Fori Imperiali, davanti alla basilica di Massenzio, è diventata una discoteca abusiva, dove i decibel (87 contro i 35 consentiti) fanno tremare i Fori fino all’alba». Sul «decoro di Roma» è stato aperto un Tavolo Tecnico tra Mibac e Comune: dovrebbe concludere i lavori entro settembre. La posizione di Federica Galloni, direttore regionale per i Beni culturali del Lazio, che coordina gli incontri, è netta: «Non servono norme nuove. C’è già il Codice dei Beni culturali e paesaggistici. Bisogna farlo rispettare. Tutte le aree archeologiche e monumentali delle quali ci occupiamo sono vincolate ope legis, occorre alleggerire e disciplinare l’occupazione del suolo pubblico, del commercio ambulante, dei camion-bar». La soprintendente Barbera conferma: «La bonifica ci sarà. Non vogliamo affamare i centurioni, ma quel suk allargato deve finire. Poi ci vorranno controlli scrupolosi senza i quali ogni accordo tra Mibac e Comune verrà vanificato».

Patrimonio di Stato
Il cuore culturale e turistico di Roma è nell’archeologia, ma se il Colosseo ha trovato un mecenate per il restauro, sono troppi i tesori negati. Clamorosa la vicenda della Domus Aurea sbarrata dopo il crollo del 2010. Un caso archeologico gestito da un commissario, complicato da progetti mai andati in porto. «Dopo gli anni del commissario, la Domus Aurea ci è stata restituita a giugno 2012, spiega la soprintendente Barbera. Abbiamo trovato armadi di carte. Stiamo cercando di capire, per arrivare finalmente a un progetto complessivo per salvarla. Entro tre anni contiamo di riaprirne una parte significativa».
Roma è piena di luoghi eccezionali come la Casa di Augusto, difficile da visitare perché mancano i custodi. Aperta solo su prenotazione la Sala dei Capitelli, «stanza segreta» dell’imperatore Domiziano sul Palatino. Il recente restauro ha rivelato affreschi e tracce d’oro mai viste. «Il nostro obiettivo, dice Mariarosaria Barbera, è riaprire quello che era visitabile negli anni ’70 e ’80: l’intero Foro, il Palatino, tutto il nostro immenso comprensorio archeologico. Speriamo che questo avvenga per le celebrazioni del bimillenario di Augusto tra 2013 e 2014».
Il problema dell’archeologia romana non è soltanto nella mancanza di custodi. Maria Grazia Filetici, architetto della Soprintendenza, in questi mesi cura 5 cantieri di restauro, sul Palatino e al Foro tra enormi difficoltà: «Siamo in pochi, non c’è manutenzione e il grave rischio è di vedere annullati anche restauri terminati da poco. Negli ultimi anni siamo diminuiti del 70%: archeologi, architetti, amministrativi. La situazione è incredibile, non ho neppure un cellulare di servizio, nessuna assicurazione del Ministero per il rischio lavoro nei cantieri. Un archeologo è un orologiaio molto speciale, e in Italia c’è la Ferrari del restauro: ma il nostro peggior nemico è una burocrazia sempre più spietata. E manca un team amministrativo che ci faccia lavorare bene». Gli introiti del complesso Fori-Palatino-Colosseo, con oltre 5 milioni di visitatori, fanno del Polo archeologico romano il più ricco d’Italia. Dice la Barbera: «Incassiamo 32 milioni all’anno ma le spese per la manutenzione ordinaria di centinaia di ettari di aree archeologiche e il funzionamento di uffici e laboratori sono enormi. Quei milioni non bastano eppure, è paradossale, sono addirittura troppi rispetto alla nostra capacità di spesa. Il personale è largamente insufficiente, disperso in oltre 30 sedi, organizzato in modo rigido, sempre più anziano. E continua a diminuire. Ricordo che io sono l’unico dirigente con 734 dipendenti. Su di me e su tutti noi ricade una mole di lavoro amministrativo tremendo».

1,3 milioni di m3 abusivi
Il Parco Archeologico regionale dell’Appia Antica è travolto dal cemento: una costruzione abusiva ogni tre giorni. Lo dice lo studio commissionato dalla Soprintendenza archeologica di Roma all’urbanista Vezio De Lucia: «Tra il 2002 e il 2011 la colata di cemento ha coperto 300mila metri quadri. Dal 1967 sono stati edificati 1,3 milioni di metri cubi abusivi e lo scempio continua, nonostante l’istituzione del parco regionale nel 1988». La metà delle costruzioni nella zona è fuorilegge: Comune e Regione hanno condonato troppi abusi incoraggiandone altri. L’ultimo, a 60 metri dal Mausoleo di Cecilia Metella, uno scavo con le ruspe: «Questa volta siamo intervenuti in tempo, dice Rita Paris, direttrice del Parco dell’Appia Antica. Purtroppo manca ogni forma di repressione e i controlli sono ridotti a zero. Vigili urbani e guardiaparco a regime ridotto non riescono a frenare gli abusi. Eppure il Parco archeologico dell’Appia è sottoposto a tutti i vincoli previsti dalle leggi: archeologico, paesaggistico e ambientale». Nel comune di Roma, dal 1998, 3.900 ettari del Parco sono vincolati come territori «di interesse archeologico». Il vincolo è nel Piano territoriale paesistico per l’Appia, approvato nel 2010 dalla Regione Lazio, mentre 1.900 ettari hanno un vincolo archeologico specifico.
In questi anni la Soprintendenza ha trasformato e valorizzato l’Appia Antica: il Mausoleo di Cecilia Metella visitabile dopo anni; in restauro il basolato romano della strada prima coperta di asfalto; riaperta la Villa dei Quintili. «Nel 2002, racconta Rita Paris, abbiamo acquistato per 3 miliardi di lire una proprietà straordinaria, quella di Capo di Bove, una villa con piscina che, scavata, ha rivelato un impianto termale del tempo di Erode Attico. Il giardino è aperto al pubblico, mentre nella villa ci sono l’archivio di Antonio Cederna, stanze per mostre e uffici. Accanto alla Villa dei Quintili nel 2006 abbiamo acquistato i 3,5 ettari della tenuta di Santa Maria Nova: casale e monumenti romani. La restauriamo con 2,5 milioni e aprirà al pubblico nel 2013».
Riaperta a luglio, dopo due anni di lavori, anche la chiesa medievale di San Nicola, capolavoro gotico dell’Appia, sbarrato (pericolo crolli) da fine ’800. «All’inizio di luglio il Demanio ci ha “consegnato” il tratto di Appia restaurato, conclude la Paris. Abbiamo scoperto dai documenti che non appartiene al Comune: la strada è un monumento archeologico dello Stato, quindi spetterà a noi gestirla. Sistemeremo una sbarra per limitare il traffico come era agli inizi del ’900».

Cemento sull’Agro
L’ultima devastazione della ricchezza inestimabile dell’Agro romano, quel «paesaggio naturale protetto dalla Costituzione prima che dalle leggi», come ricorda Salvatore Settis, si nasconde dietro il progetto dell’«housing sociale», una colata di cemento prevista dal recente piano capitolino che scardina lo stesso Piano regolatore della città: 20 milioni di metri cubi per 200mila persone, in una città che ha 185mila alloggi sfitti o non abitati. La denuncia viene da decine di associazioni ambientaliste e dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. «Con il pretesto dell’housing sociale la giunta Alemanno vuole cementificare 135 aree sparse nell’Agro romano per circa 2mila ettari». Secondo Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, «è un incubo che minaccia anche i confini del “Parco dei Parchi archeologici” dell’Appia all’interno della tenuta delle Cornacchiole: 120 ettari su cui caleranno 1,160 milioni di metri cubi di cemento».
L’abuso edilizio non risparmia neppure il cuore della Roma archeologica. In agosto Italia Nostra ha scoperto, a pochi passi dalle Terme di Caracalla, nascosto dalla fitta vegetazione, un capannone di 700 mq in una zona supervincolata. Il fatto è stato denunciato al ministro Lorenzo Ornaghi. Si chiede una verifica di legittimità: la sorpresa maggiore è infatti che la costruzione è stata condonata.

Il sistema dei musei
Le giornate nere di alcuni dei più importanti musei statali della capitale (Galleria Borghese, Palazzo Barberini e altri) sono iniziate proprio con l’arrivo dei turisti, a giugno: chiusure totali la domenica e orari ridotti durante la settimana, con sale sbarrate spesso senza preavviso. Stessa situazione (con l’eccezione dei Musei Capitolini) nei musei comunali che nel primo semestre 2012 hanno subito un calo di visitatori del 15% rispetto al 2011. Drammatica la situazione della Galleria Borghese: mancano i custodi, il fondo speciale del Ministero che paga i turni straordinari è a secco, la chiusura delle sale è una spada di Damocle per uno dei Musei più importanti del mondo (2mila visitatori in media al giorno) e dopo l’allarme di Anna Coliva, responsabile della Borghese, la neodirettrice (dopo Mario Resca) generale della Valorizzazione del Mibac, Anna Maria Buzzi, ha adottato un provvedimento ad hoc: «Fino a tutto settembre non dovremmo avere problemi», dichiara Anna Coliva. La Galleria a luglio ha anche subito il distacco di parte dello stemma dei Borghese dalla facciata (adesso è in sicurezza, ma le impalcature la deturpano e non si parla ancora di restauro). Più grave la chiusura della caffetteria proprio nel museo che fu il primo a inaugurare i servizi aggiuntivi. «La causa, racconta Anna Coliva, è il mancato pagamento delle royalties mentre la Soprintendenza non ha rinnovato il contratto scaduto con la società Nova Musa che gestisce il servizio». Una parte degli addetti è stata licenziata. Bloccato anche il programma di mostre della Galleria, due all’anno. Saltata quella di Candida Höfer (arte contemporanea) annullata anche quella più importante di ottobre («segreto» l’argomento!). «È mancato il consenso della Soprintendenza. Un danno grave, denuncia la Coliva, perché le mostre ci consentono entrate supplementari, un grande aiuto anche per il pagamento degli extra ai custodi».
La Borghese è il secondo museo per numero di visitatori, circa 500mila all’anno, preceduta da Castel Sant’Angelo (1,2 milioni). «La Galleria Barberini ha triplicato gli ingressi dopo i recenti ampliamenti e restauri, oltre 100mila visitatori all’anno. Aumentare questa cifra è difficile. È stato calcolato che i turisti restano a Roma in media tre giorni. Colosseo, Foro Romano, Musei Vaticani, Castel Sant’Angelo, forse la Galleria Borghese, questo è il pacchetto possibile. Palazzo Barberini resta escluso, un museo meraviglioso, ma di nicchia. Una delle vittime della politica dei tour operator». Questa l’analisi di Rossella Vodret, alla guida del Polo Museale di Roma.

Meno di Fi, più di Na
«Abbiamo introiti per circa 8 milioni di euro all’anno, prosegue. Meno di Firenze, meglio di Napoli. Il perfetto equilibrio tra entrate e uscite non ci permette alcun investimento extra. Drammatica, anche per i nostri musei, la situazione del personale. Servirebbero 180 custodi, ne abbiamo 120. La “spending review” manda in pensione entro pochi mesi 30 dei nostri dirigenti e funzionari: me compresa, insieme con i direttori dei maggiori musei. Deleterio il pensionamento forzato dei capi servizio, quelli che mandano avanti i musei. Restano una decina di giovani funzionari inesperti».

Vendiamo pubblicità
Il Comune di Roma ha un ruolo rilevante nel complesso panorama culturale della città. Al Campidoglio fanno capo 17 musei, alcuni dei quali importantissimi come i Capitolini con le loro raccolte straordinarie, non solo archeologiche. Un museo che anche grazie a un buon programma di mostre (successo clamoroso per l’ultima, «Lux in Arcana», sull’Archivio segreto vaticano) non conosce crisi. Dal 2008, soprintendente ai Beni culturali di Roma Capitale è Umberto Broccoli: «La mia Soprintendenza dispone di circa 40 milioni all’anno, dimezzati rispetto a qualche anno fa». Da tempo Broccoli sostiene che pubblicità e capitali privati sono gli unici mezzi a disposizione per salvare il patrimonio romano. «Bisogna ragionare in questa prospettiva, dice, per esempio per il restauro da 75 milioni delle Mura Aureliane, già crollate in più punti. Per fortuna il Ministero ha cambiato un decreto “folle” che vietava ogni pubblicità sulle Mura. Oggi si può fare e credo non ci siano alternative».
Il Nuovo Museo di Roma, dedicato alla storia antica della capitale, più volte annunciato e mai avviato, da vent’anni resta una chimera: 24mila mq in tre grandi edifici di fronte al Circo Massimo per oltre 60mila reperti del vecchio Antiquarium chiuso nel 1939 e altri di scavi successivi, conservati in centinaia di casse. Broccoli è cauto: «Soltanto per “mettere mano” al nuovo museo servono circa 5 milioni di euro, 120 per l’intero progetto. Da tempo cerchiamo uno sponsor privato, come per il Colosseo, spiega Broccoli. Siamo disposti a destinare parte degli edifici ad albergo. Ma per ora tutto è fermo».
Fiore all’occhiello della Soprintendenza capitolina è la Galleria Comunale d’Arte Moderna di via Crispi, riaperta a fine 2011. «Era chiusa da una vita, racconta Broccoli. Riaprirla e allestirla ci è costato appena 100mila euro: secondo me, i musei devono diventare multisensoriali. La nostra collezione è concentrata su opere degli anni ’20 e ’30 del ’900, quindi abbiamo immerso il visitatore nella musica discreta di allora, “Abat-jour”, Puccini, Mascagni, circondato dai profumi di moda a quel tempo». E l’iniziativa ha successo.
Zètema, importante società del Comune con quasi mille dipendenti, ne gestisce tutti i musei. È stata salvata dalla scure della «spending review» perché impegnata in servizi essenziali, quelli per la cultura. L’amministratore delegato Albino Ruberti punta ora al cambiamento, anche perché il decreto del Governo chiede ai Comuni piani di razionalizzazione e risparmi: «Seguiremo gli orientamenti della legislazione europea, ci apriremo alla concorrenza del mercato. Serve un progetto strategico per i nuovi scenari: per esempio una fondazione sul modello Palaexpo».
La Fondazione Palaexpo, proprietà comunale, è il principale polo mostre di Roma, famoso per le grandi mostre alle Scuderie del Quirinale (600mila visitatori per Caravaggio nel 2010); arte contemporanea e molto altro al Palazzo delle Esposizioni.
A Roma esiste un altro polo privato. Fa capo alla Fondazione Roma, ben finanziata grazie al presidente Emmanuele Emanuele, che sostiene progetti culturali. La sua attività punta soprattutto alle mostre in due sedi espositive in via del Corso: Palazzo Cipolla per il contemporaneo, Palazzo Sciarra, aperto nel 2011, per l’arte classica e moderna.

Macro MaXXI
Complicata e controversa la gestione dei due musei di arte contemporanea: Macro, del Comune, MaXXI, dello Stato, afflitti da cronica carenza di fondi. Più solida la situazione del Macro, con 6 milioni all’anno di finanziamenti comunali, una importante collezione permanente e mostre in serie. Al Macro si aggiunge il Macro Testaccio, «la Pelanda», un insieme di edifici nati intorno alle strutture industriali dell’ex macello della capitale per un centro multifunzionale per mostre, spettacoli, musica dedicato soprattutto ai giovani, all’arte romana. Nei progetti del Comune anche il Macro dovrebbe diventare una Fondazione.
Il MaXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, aperto nel 2010, ha un buon successo: 450mila visitatori nel 2011 soprattutto grazie alla sua spettacolare architettura. Ad aprile 2012 esplode il caso MaXXI: secondo il Mibac, che lo finanzia, la gestione è troppo costosa e prevede un passivo pesante per i prossimi due anni. A maggio viene nominato commissario della Fondazione MaXXI, fino ad allora presieduta da Pio Baldi, il segretario generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia. A fine agosto annuncia che il bilancio del MaXXI è risanato, che lo Stato non potrà più intervenire con finanziamenti massicci ma che sono stati trovati sponsor privati. Dunque il programma di mostre sarà rispettato e il museo rilanciato.
A fianco del MaXXI restano intatti prestigio e funzione della storica Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che ha ceduto una parte della sua collezione contemporanea al MaXXI, destinato all’arte internazionale del secolo attuale. Anche la Galleria ha problemi gravissimi di personale (144 dipendenti nel 2010, 123 oggi) ma, sostiene la direttrice Maria Vittoria Marini Clarelli: «Occorrono idee e soluzioni nuove, non soltanto finanziamenti e personale che il Ministero non può darci. Meglio alzare il livello degli obiettivi. Nella forma attuale, la vigilanza è un servizio a esaurimento: chi visita il museo cerca sempre più spesso un interlocutore che adesso non c’è. Tra gli addetti alla vigilanza abbiamo tanti laureati in storia dell’arte: stiamo cercando di trasformare l’assistenza di sala in un dialogo con il visitatore e rafforzare i sistemi di telesorveglianza. Vorremmo anche rivedere gli orari del museo. Adesso è aperto 11 ore, troppe anche rispetto alla richiesta, e così non riusciamo mai ad aprirlo tutto perché il personale manca. Meglio aprire per 8 ore, un solo turno di lavoro, tutto visibile. Come nei maggiori musei del mondo». La Marini Clarelli insiste anche su un altro aspetto che penalizza fortemente non solo la Galleria ma la stessa organizzazione dei musei. «Si dovrebbero coordinare le attività e soprattutto le mostre. Non si riesce a fare la mega mostra perché ciascuno fa la sua piccola mostra. Credo che la crisi convincerà tutti a lavorare insieme. Il nostro sistema pubblico continua ad avere una programmazione annuale invece che pluriennale: un ostacolo enorme a iniziative di qualità».
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Puntate precedenti:
Bari, città senza musei
Firenze, si naviga a vista
Napoli, la normalità dell'emergenza

Dai nostri inviati Edek Osser e Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 323, settembre 2012


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