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Musei

Bergamo, i tesori del Museo della Cattedrale

Dipinti del tardo XIII secolo sui resti di recinzione presbiteriale

Bergamo. Il 25 agosto scorso, vigilia della solennità del patrono della città, sant'Alessandro, si è inaugurato il Museo e Tesoro della Cattedrale, voluto e promosso dalla Diocesi di Bergamo e dalla Fondazione Adriano Bernareggi, nuova realizzazione dello Studio Tortelli e Frassoni di Brescia, a cui si deve, tra gli altri, uno dei più affascinanti musei d'Italia: il grandioso museo bresciano di Santa Giulia, con il percorso archeologico annesso.
Anche il museo di Bergamo, opera di Giovanni Tortelli, affiancato da un Comitato scientifico formato da Giovanni Romano, Saverio Lomartire, Simone Facchinetti e dalle Soprintendenze competenti, riunisce un percorso archeologico e una (assai più piccola ma preziosa) sezione espositiva in un unicum museale che Mina Gregori non ha esitato ad affermare che «farà scuola».
Ciò che poi rende davvero unico questo luogo è il fatto che i molti resti archeologici rinvenuti, frutto di una campagna di scavi condotta tra il 2004 e il 2012 dopo un ritrovamento casuale durante lavori tecnici, riscrivono secoli e secoli di storia della città e ne ridisegnano una mappa inedita e inattesa: si era sempre pensato, infatti, che l'attuale, imponente cattedrale del Filarete (la prima pietra è del 1459), insistesse su un edificio di ben più modeste dimensioni, mentre gli scavi recenti hanno provato che già la basilica paleocristiana del V-VI secolo, dedicata a san Vincenzo, copriva l'identica superficie. Il che testimonia la presenza in città di una grande e ricca comunità cristiana già in quei secoli lontani.
Nell'XI secolo si procedette all'innesto di pilastri cruciformi di pietra sull'impianto paleocristiano (poi distrutto dal Filarete), per consolidare le murature originarie, e nel XIII e XIV secolo, dopo l'avanzamento del recinto presbiteriale, fu attuata una duplice campagna di decorazione ad affresco del muro ad archetti ciechi che lo chiudeva, di cui restano tracce emozionanti.
Le grandi dimensioni della cattedrale originaria, che quasi lambiva la basilica di Santa Maria Maggiore, suggeriscono dunque l'idea di una sorta di cattedrale «doppia», all'interno della vasta area episcopale della città, e certo offriranno una vasta materia di studio agli specialisti.
Ma dai numerosi strati dello scavo sono emerse, sotto alla chiesa paleocristiana, anche testimonianze di insediamenti preistorici e protostorici, un tratto di strada romana con una «domus» e delle «tabernae» coeve, tagliati dalle potenti sostruzioni filaretiane: «la vera sfida, spiega Giovanni Tortelli, era dare ordine a un materiale tanto stratificato ed eterogeneo e rendere accessibili al pubblico questi reperti, spesso tutt'altro che monumentali, evidenziandone tutte le valenze. Abbiamo scelto come fulcro l'antica cattedrale di San Vincenzo e la sua quota di calpestio come livello del percorso di visita (che è interamente sotterraneo, posto com'è sotto alla Cattedrale), optando per una larga pedana delimitata non da parapetti ma da panche, che consentono ai visitatori di sedersi e affacciarsi verso il basso, dove si vedono i livelli romano e preromano». I materiali utilizzati sono la pietra di Sarnico a spacco e il ferro: materiali «antichi», trattati però con le tecniche di oggi, mentre soffitto e pareti presentano fondali bruni che coprono le nuove strutture di sostegno di solaio e pareti, evidenziando solo i resti archeologici. Molti lungo il percorso ipannelli didattici,concisi e multilingui, in soccorso dei visitatori, a partire dal «sommario» iniziale, che riassume i diversi periodi storici a cui appartengono i reperti presentati: si parte così con le lastre del nartece del V secolo, i plinti delle colonne e i brani musivi paleocristiani; poi è la volta delle strutture in pietra degli innesti romanici e degli affreschi sacri del Due-Trecento; infine si vedono le sostruzioni di Filarete, che demolì la chiesa paleocristiana e si servì del materiale di spoglio. Ed è proprio nella parte absidale, dove nel tardo Seicento Carlo Fontana avrebbe ricavato quattro rustiche stanze sepolcrali, che è stato allestito, con sobria eleganza, il Tesoro della Cattedrale, riunendovi solo pezzi coevi alle strutture dell'edificio ritrovate: paramenti e suppellettili sacre di grande bellezza, la lastra sepolcrale del vescovo Giovanni Bucelleni, morto nel 1472 (prima sepoltura monumentale nell'edificio filaretiano, rimossa nel 1710 per dare corso alle modifiche di Fontana) e splendide croci, tra le quali rifulge quella detta «di Ughetto», dal nome del suo esecutore Ughetto Lorenzoni, a cui fu commissionata nel 1386. Ada Masoero

Ada Masoero, edizione online, 30 agosto 2012


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