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Dear Sir

Notificato (ma è al museo di Ajaccio)

«Quattro proposte di notifica hanno raggiunto altrettanti dipinti nell’ultima asta di Christie’s a Milano, il trenta maggio scorso. Per chi lavora all’incanto, i fax sbiaditi inviati da Brera potrebbero equivalere a una medaglia al petto (come quelle che abbondano sull’uniforme del maresciallo armeno Hamazasp Babajanian, in una cartolina appesa alla parete del mio ufficio). In tredici aste (dal 2005) ne ho collezionati molti, per l’esattezza ben novantotto. Lo ritengo un riconoscimento della bontà delle mie scelte, e ringrazio gli estensori di quei tanto necessari provvedimenti. Alle volte, tuttavia, può capitare che anche i solleciti redattori che si firmano sotto l’austero logo della “Soprintendenza per i beni artistici ed etnoantropologici per le province di Milano Bergamo Como Lecco Lodi Monza e Brianza Pavia Sondrio Varese” incespichino in un qualche malinteso.
Tra i quattro dipinti milanesi c’era anche una grande tela (lotto 47, olio su tela, 207x150 cm, nella foto a sinistra) attribuita al poco noto Domenico Maria Viani, raffigurante Antonio Abate e Paolo Eremita (e non San Benedetto e un eremita, come descritto,  frettolosamente, nel catalogo d’asta). “La motivazione della proposta” (si legge nel fax meneghino) “risiede nell’importanza storico-artistica dell’opera, realizzata per un illustre mecenate e documentata precocemente dalle fonti”. Si aggiunge che “l’autore del dipinto è pittore importante e raro, ancorché allo stato delle indagini non ancora valorizzato da uno studio monografico adeguato”. Occorre spiegare che per “fonti” s’intendono inequivocabilmente le pagine della Storia dell’Accademia Clementina di Giampietro Zanotti, edita a Bologna nel 1739. A p. 360 di quel volume, nella “Vita” dedicata a Domenico Maria Viani, si legge, infatti, del “quadro de’ santi Antonio Abate, e Paolo primo eremita, commessogli [a Viani] dal conte Legnanferri [ecco l’illustre mecenate], e tra gli altri suoi questo era il quadro, che più sempre gli piacque; e a qualunque deve piacere moltissimo”. E moltissimo è piaciuto, oltre che a Zanotti, anche a Brera, come il fax ricevuto ben attesta. Tuttavia il quadro si rivela una buccia di banana. Se, infatti, quella in asta a Milano fosse davvero l’opera menzionata dal biografo bolognese l’atto di notifica troverebbe una sua pur discutibile motivazione (laddove discutibile sarebbe il ritenere un telone di Viani di “interesse particolarmente importante”, in un’inane corsa à rebours tra le spigolature della storia dell’arte). Ma lo zelante estensore della proposta di notifica arriva, però, con almeno centosettantatré anni di ritardo. Perché è dal 1839 che il quadro di Viani, menzionato da Zanotti, appartiene alla città di Ajaccio (dopo essere stato per anni a Roma) e si trova oggi al Palais Fesch - Musée des Beaux-Arts (nella foto a destra; visibile anche sul loro sito: www.museefesch.com/index.php/musee_fesch/content/view/full/25648, sebbene fino a poche settimane fa ancora erroneamente sotto il nome di Gian Domenico Valentino. Inv. MFA 852.1.46. Olio su tela, 220x146 cm). Il confronto “all’americana” (o alla Morelli, maniera nostrana) col quadro in asta a Milano spazza ogni dubbio circa quale dei due sia quello originale, di prima invenzione. La qualità del dipinto corso, infatti, relega l’esemplare italiano a mera derivazione, seppure probabilmente autografa. 
I provvedimenti restrittivi e che lasciano spesse volte stupefatti mortificano un mercato già in grave sofferenza. E, allontanando venditori ed acquirenti dai riflettori accesi sulle aste, li spingono, inesorabilmente e – aggiungo - comprensibilmente, verso la clandestinità (che non equivale sempre, si badi bene, all’illegalità). Ma così s’interrompe la circolazione visiva, alimento di chi studia, e viene meno la trasparenza del mercato, con un probabile, inevitabile, danno all’Erario. A perderci siamo noi tutti; a perderci è tutto il Paese. E quando questi provvedimenti, come nel caso del dipinto (perso e ritrovato) di Viani in asta a Milano, si rivelano iniqui, alla beffa si aggiunge il danno. Danno economico subito dal venditore e dalla casa d’aste, che nessun ricorso, quandanche vinto, mai risarcirà, perché mai si potrà risarcire l’attimo fuggente del cadere di un martello».
Marco Riccomini, capo dipartimento Dipinti antichi, Christie’s

Marco Riccomini, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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