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Santa Fe

Balle spaziali

Perché oggi è così facile mistificare la realtà? 25 contemporanei, facendolo a loro volta, rivelano i meccanismi dell’artificio come strategia mediatica

Santa Fe (New Mexico). «Ogni mia affermazione di oggi si basa su fonti, solide fonti», dichiarò nel 2003 l’allora Segretario di Stato americano Colin Powell, spiegando di fronte all’Onu che l’Iraq possedeva laboratori mobili per la costruzione di armi di distruzione di massa. «Vi stiamo dando dei fatti», aggiunse. Quelle «solide fonti» si sarebbero però rivelate inesistenti. I laboratori non esistevano, almeno non prima del 2007 quando l’artista Iñigo Manglano-Ovalle ne creò uno per la sua opera «Phantom Truck», un’inquietante installazione che affronta l’utilizzo da parte dell’amministrazione Bush di informazioni inattendibili per far entrare in guerra gli Stati Uniti. Il laboratorio iperrealista di Manglano-Ovalle è una delle sessanta opere proposte da venticinque artisti in «More Real? Art in the Age of Truthiness», titolo della Biennale d’arte contemporanea che si apre al Site Santa Fe dall’8 luglio al 6 gennaio in collaborazione con il Minneapolis Institute of Arts (Mia), dove si trasferirà. Elizabeth Armstrong, curatrice della mostra, spiega che questa esplora il modo in cui «gli artisti affrontano quest’epoca, in cui il confine tra reale e irreale non è mai stato così impalpabile».
I visitatori possono osservare le bizzarre sculture la cui realizzazione è attribuita a un’ipotetica cameriera dell’Ottocento, una donna della quale l’artista Iris Häussler ha inventato biografia e corpus di opere nella sua coinvolgente opera «He Named Her Amber». An-My Lê propone invece scene di battaglie in Vietnam ricreate su suolo americano nella sua serie fotografica «Small Wars». Abbondano i paesaggi artificiali, tra cui lo skyline di Manhattan con tanto di World Trade Center, in «RW001» di Seung-Woo Back, e lo spazio verde virtuale di Joel Lederer «200805262351», dalla serie «The Metaverse is Beautiful». La mostra comprende anche opere, tra gli altri, di Ai Weiwei, Thomas Demand, Mark Dion, Sharon Lockhart, Eva e Franco Mattes, Vik Muniz ed Eve Sussman. «La verità si può fabbricare, afferma la Armostrong. L’idea che esistano verità assolute oggi è piuttosto discutibile». La curatrice iniziò a pensare alla mostra nel 2000, quando si trasferì a Orange County, in California, «all’ombra del Cervino», le montagne russe di Disneyland che ricordano la celebre vetta. Qui è rimasta affascinata in particolare dall’eccentrico stile di vita hollywoodiano, che spesso elabora una versione del mondo più bella e interessante di quella naturale e dall’apprendere che la comunità cinese ha costruito una propria versione di Orange County vicino a Pechino. La Armstrong accantonò l’idea fino al 2005, quando il presentatore televisivo americano Stephen Colbert coniò l’espressione «truthiness» che lei definisce come «qualcosa che ricorda la realtà come noi la vogliamo».
Il dizionario Merriam Webster ha eletto «truthiness» parola dell’anno 2006 e la curatrice ha deciso di organizzare la mostra dopo aver letto che i giovani spesso seguono le notizie attraverso programmi satirici come «The Colbert Report» piuttosto che attraverso i canali tradizionali.
«L’arte è un modo per attingere alla verità, conclude, e sento che le nuove generazioni di artisti sono consapevoli che il loro lavoro ci può aiutare a sperimentare la realtà».

© Riproduzione riservata

Eric Magnuson, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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