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Le vedute di Joli e il murale di Haring

Antonio Joli, Veduta panoramica di Napoli dal mare, Caserta, Palazzo Reale

Caserta. Negli appartamenti storici della Reggia di Caserta è visitabile fino al 14 ottobre la mostra «Antonio Joli tra Napoli, Roma e Madrid: le vedute, le rovine, i capricci, le scenografie teatrali», organizzata dalla Soprintendenza di Caserta e Benevento con Civita, e dedicata alla produzione matura dell’artista, nato a Modena nel 1700 e morto a Napoli nel 1777. Dopo gli esempi romani di Pannini e veneziani di Canaletto e Bellotto, Joli sperimentò anche l’attività di scenografo, prima in Inghilterra e poi in Spagna su segnalazione del cantante d’opera Farinelli, con cui collaborò realizzando fastose scenografie. Del periodo spagnolo sono esposte vedute madrilene, provenienti anche dal Museo di San Martino di Napoli, e una di Aranjuez con la flotta del Tajo, della quale probabilmente Joli contribuì alla progettazione delle navi. Stabilmente a Napoli dal 1759 al 1777, realizzò vedute della città e dei suoi dintorni con un’attenzione analitica al paesaggio, spesso popolato dalla corte. Tra queste, «L’inaugurazione della cascata del Parco e Arco di Traiano a Benevento», pendant di una tela recentemente acquisita dal Prado. La sua attività di scenografo è apprezzabile soprattutto nei dipinti riferibili ai lavori, tra cui l’«Alessandro nelle Indie», realizzati per il Teatro di San Carlo di Napoli, del quale ricoprì dal 1762 l’incarico di scenografo di corte. Chiude la visita la sezione delle vedute di Roma, arricchita dal confronto con opere di Michele Marieschi e di Bernardo Bellotto, provenienti dal Museo Filangieri di Napoli e dal Museo Civico di Asolo. Fino al 4 novembre la Reggia ospita anche il murale di 30 metri realizzato da Keith Haring nel 1983 in occasione dell’apertura dell’Haggerty Museum di Milwaukee. Costituito da 24 pannelli lignei, l’opera è popolata dal gioioso vocabolario di immagini a cui attinge il graffitista. Il cane, l’uomo a quattro zampe, il televisore con le ali, gli omini che ballano la break dance, appartengono tutti al ricorrente immaginario segnico e visivo di Haring, che traccia rapidamente sulle più diverse superfici figure diventate ormai celebri e familiari icone. L’iniziativa, a cura di Wally Mason, direttore del museo statunitense, affianca il murale a una tela di Haring conservata nella collezione Terrae Motus, costituita da Lucio Amelio in seguito al sisma del 1980 e sistemata nella reggia vanvitelliana dopo la morte del gallerista napoletano.

O.S.V., da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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