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Foligno

Dimenticato a memoria, copiato a iosa

Tutto Vincenzo Agnetti, il più arguto concettuale italiano

Vincenzo Agnetti negli anni Settanta 1970 accanto all’opera «Neg»

Foligno (Pg). «Quando mi vidi non c’ero»: queste sei parole, stampigliate su feltro, formano l’«Autoritratto» di Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-81), uno dei più colti e multiformi interpreti dell’arte concettuale internazionale, artista visivo, poeta, scrittore e teorico, al quale il Ciac-Centro italiano di arte contemporanea dedica fino al 9 settembre la mostra «Vincenzo Agnetti. L’OperAzione concettuale», curata da Italo Tomassoni e Bruno Corà in collaborazione con l’Archivio Agnetti di Milano, diretto da Bruna Soletti e da Germana Agnetti.
Dopo gli studi all’Accademia di Brera e la frequenza ai corsi del Piccolo Teatro diretto da Strehler, e dopo le prime opere di pittura informale e di poesia, tutte distrutte («dimenticate a memoria», dirà), il suo debutto sulla scena culturale milanese, a fianco del gruppo di Azimuth, si apre nel segno della scrittura. Nascono testi critici e commenti richiesti dagli amici artisti, che ne riconoscono l’acutezza di giudizio. Solo anni dopo si dedicherà alle arti visive, in seguito a un soggiorno di lavoro in Argentina, tra il 1962 e il ’67, che diventa una sorta di «incubatrice».
Tornato a Milano pubblica con Vanni Scheiwiller il romanzo-manifesto Obsoleto, la cui copertina, a rilievo, è di Enrico Castellani e presenta a Ferrara la sua prima personale nel Palazzo dei Diamanti. Da allora e fino alla morte creerà opere capitali del Concettualismo, 50 delle quali ora esposte a Foligno. Ecco la «Macchina drogata» (1968), una calcolatrice a cui l’artista sostituisce i numeri con le lettere per farne una generatrice di poesia, o il «Libro dimenticato a memoria» (1970), letteralmente «svuotato» dei contenuti, o l’illeggibile, ermetico «Apocalisse» (1970), creato con la «Macchina drogata» su strati e strati di perspex. O, ancora, le opere su feltro a cui appartiene l’«Autoritratto»: tutti lavori che saranno letteralmente saccheggiati dalle generazioni successive.

© Riproduzione riservata

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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