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Mario Resca

Il 5 agosto finiscono i contratti ministeriali del potente capo gabinetto Salvo Nastasi e del direttore generale della Valorizzazione Mario Resca. Commiato: «Priorità assoluta alla cultura, o siamo matti da legare»

Mario Resca

Roma. Dopo tre anni come direttore generale per la Valorizzazione del Ministero per i Beni culturali (e prima nove mesi come consulente del ministro Bondi, in attesa dell’entrata in vigore della riforma che ha istituito la nuova Direzione) a fine luglio Mario Resca lascerà il Mibac: «Scade il contratto, in ogni caso non rinnovabile per ragioni di età», dice.
Per molti versi si tratta di un’esperienza di estremo interesse: primo dirigente del Mibac proveniente dal mondo dell’impresa, è stato il primo direttore della nuova struttura dedicata alla Valorizzazione, aspetto che taglia orizzontalmente tutti i settori di attività del Ministero e che per la prima volta nell’ambito del Mibac è stato separato dagli altri profili di intervento sui beni culturali e paesaggistici.
L’istituzione nel 2009 della nuova Direzione generale è stata al centro di molte e accese polemiche (cfr. n. 289, lu.-ago. ’09, p. 1), come lo è stata la sua nomina, data la sua figura di dirigente d’azienda senza alcuna competenza specifica in materia di beni culturali (dal 1995 al 2007 presidente e amministratore delegato della McDonald’s Italia, titolare inoltre di numerosi altri incarichi di rilievo in diversi consigli di amministrazione, tra cui Eni, Rcs, Mondadori. Molto meno criticata è stata poi la sua attività al Mibac.
Resca definisce la sua esperienza «impegnativa, ma splendida per i contenuti, per le persone, per gli eventi con cui sono venuto in contatto o che abbiamo organizzato. Non certo facile, mai: lavorare nella pubblica amministrazione è una grande sfida per tutti, e soprattutto per chi viene dal mondo dell’impresa. Ma lavorare per il mio Paese è stato per me motivo di grande orgoglio, è stato un privilegio».
Continuerebbe, se fosse possibile?
Non è possibile. Direi comunque che ogni esperienza ha un limite, e oggi il mondo dell’impresa mi sta richiamando (a fine aprile, in aggiunta ai suoi numerosi incarichi, è stato chiamato a dirigere e a rilanciare il gruppo Acqua Marcia, Ndr).
Sull’istituzione della nuova Direzione, è stato utile separare la valorizzazione dagli altri aspetti dell’intervento sui beni artistici e culturali?
Dividere la valorizzazione dalla tutela e conservazione è stata una scelta contestatissima: si è temuto, a mio parere ingiustamente, che si togliesse spazio alla tutela, che invece era e continua a essere la missione fondamentale del Ministero. Il fatto poi che io venissi dal mondo delle imprese e non dall’apparato statale e neppure dal mondo della cultura ha suscitato una levata di scudi generalizzata, sono stato oggetto anche di atteggiamenti non piacevoli. A questi io ho reagito con nonchalance, anzi cercando di vederli in positivo, come segni di impegno per il patrimonio culturale. Devo dire che la mia nomina ha suscitato moltissima curiosità e interesse anche all’estero, tra gli addetti ai lavori e anche sui giornali, per esempio con una pagina intera su «Wall Street Journal», «New York Times», «The Economist», «China Post», la televisione cinese Cctv, che si chiedevano cosa stesse succedendo in Italia, quale fosse la «minaccia» segnalata da tante personalità della cultura italiana. Credo che tutto ciò sia ampiamente superato, perché non mi sono mai contrapposto ai miei colleghi competenti sulla cultura, li ho affiancati con il massimo rispetto, ho da loro imparato e imparo con entusiasmo; quello che ho portato è la mia esperienza di impresa, che in più modi può utilmente integrare la logica amministrativa e le competenze scientifiche.
Funziona dunque l’interazione con chi è competente su conservazione e tutela?
A mio parere sì, anche se il mio lavoro è stato particolarmente duro perché la mia capacità di prendere decisioni passa per la moral suasion che sono in grado di esercitare sui dirigenti competenti (che siano direttori generali, regionali, curatori, direttori di musei), passa per la reciproca cooperazione. Se la soprintendente di Reggio Calabria dice che i Bronzi di Riace non si spostano, io posso solo tentare di convincerla o aspettare che sia sostituita da qualcuno che non la pensi allo stesso modo.
Come ha valutato la situazione che ha trovato?
Ho iniziato il lavoro andando a visitare i siti culturali del nostro Paese, con visite non annunciate, come un utente qualsiasi, e anche molti musei in giro per il mondo.  Quello che ho concluso e detto ai colleghi è che il problema assolutamente prioritario è proprio la conservazione e la tutela: il nostro patrimonio non è adeguatamente conservato, ed è a rischio! Se non conserviamo non avremo niente da valorizzare: è evidente. Ma anche a questo fine è essenziale promuovere l’interesse per musei e luoghi culturali, aumentarne i visitatori e quindi accoglierli bene: su questi terreni ci siamo subito intesi, è stato chiaro che l’interesse era comune, che conservazione e valorizzazione sono due facce della stessa medaglia, non possono che andare insieme. Siamo in una brutta situazione, il nostro patrimonio cade a pezzi: ma non solo Pompei, anche Villa Adriana, Paestum, tantissimi siti in giro per l’Italia, compreso il paesaggio. La maggior parte dei nostri musei non ha un inventario dei propri beni aggiornato, persino gli archivi del Ministero sono poco affidabili, anche sui nomi dei dipendenti! Io sono molto, molto preoccupato della situazione che ho trovato. Non esiste metodo, non esistono sistemi di controllo. Sa che poco tempo fa il vicedirettore regionale del Lazio è sparito con 5 milioni e mezzo di euro dei fondi statali? Come è potuto accadere? Ho chiesto ai miei colleghi: che cosa è stato fatto? Mi si è risposto che purtroppo le risorse sono poche. Ma io credo che non si tratti solo di risorse finanziarie, ma anche di risorse umane, di competenze: perché deve essere chiaro che chi ha studiato tutta la vita Caravaggio o i resti etruschi e diviene direttore di un museo archeologico o direttore regionale resterà in primo luogo uno studioso e mancherà probabilmente delle capacità organizzative, delle competenze giuste per gestire i rapporti con i sindacati, le gare, gli appalti, e così via. Io sono convinto (e questo ho segnalato ai tre ministri con cui ho collaborato: Bondi, Galan e Ornaghi) che è necessaria per il patrimonio culturale una riforma della governance che punti a realizzare l’affiancamento e l’interazione di competenze diverse, comprese quelle organizzative e gestionali.
Come si fa ad aumentare le risorse disponibili per il patrimonio? Come accrescere la partecipazione, il contributo dei privati?
Il patrimonio è trascurato, non ha una voce sufficientemente forte per ottenere le risorse finanziarie e umane necessarie: bisogna rafforzare quella voce, anche aumentando l’attenzione e la consapevolezza dei cittadini e il numero di visitatori e utenti. Ma i fondi pubblici non sono in grado in alcun Paese di provvedere per intero al patrimonio culturale: manca all’Italia lo strumento fondamentale, che c’è dovunque, ovvero una legge che consenta la detraibilità fiscale dei contributi privati a tutela, conservazione e valorizzazione dei beni pubblici. Questo ci dà un handicap determinante. Trovo poi assurdo che gli introiti della bigliettazione dei musei vadano allo Stato come se fossero una tassa, invece di restare ai musei stessi.
Quali ritiene siano i risultati più importanti della sua attività in questo triennio?
La mia prima preoccupazione è stata di creare una squadra di lavoro, composta al 95% di dipendenti del Mibac. In realtà io non ho fatto niente, solo diretto e motivato questa squadra che ha lavorato con grande impegno e passione, dimostrando grandi capacità. Abbiamo fatto un piano triennale, ci siamo dati un metodo e degli obiettivi. Abbiamo scoperto che nonostante la ricchezza del nostro patrimonio, nei quattro anni precedenti al 2009 era diminuito il numero dei visitatori dei nostri musei. Primo obiettivo è stato dunque di invertire la tendenza attraverso una serie di azioni: in primo luogo fare pubblicità, investendo pochissimi soldi in alcune campagne, e fare molte promozioni gratuite, comunicandole ampiamente (per la festa della donna, San Valentino, i compleanni…). Promozioni molto apprezzate dai direttori dei musei, che hanno consentito di far crescere immediatamente i visitatori: già nel primo anno, il 2010, sono cresciuti del 16,5% e gli incassi dei biglietti sono aumentati del 7,5%, continuando ad aumentare nel triennio. Un risultato condiviso e apprezzato da tutti i nostri operatori, nonostante le contrarietà dei concessionari dei servizi, che hanno nei nostri musei un potere spropositato.
Che cosa sta accadendo a questo proposito, dopo le sue nuove linee guida (ormai del 2010) per l’affidamento dei servizi aggiuntivi?
Di tutte le cose fatte, la più perigliosa, la più difficile è stata proprio la vicenda delle nuove linee guida per i servizi museali, in base alle quali non noi ma i direttori regionali o dei Poli museali dovrebbero bandire le gare di affidamento. Abbiamo fatto una riforma con l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi museali, cioè dell’accoglienza, e per separare, almeno nei grandi musei, i vari servizi per poter scegliere il soggetto più valido per ciascuno di essi (la ristorazione non è la stessa cosa della libreria o della biglietteria). Ho incontrato su questo enormi difficoltà personali, ho dovuto aprire quattro cause per diffamazione, mi sono trovato di fronte a un’alzata di scudi sotterranea ma durissima. I nostri concessionari godono di situazioni e poteri sedimentati da decenni, per cui non riusciamo neanche a fare le gare per le nuove concessioni, data l’infinita catena di ricorsi.
Quali i risultati sul piano internazionale?
In questo ambito ho lavorato molto, con soddisfazione. In primo luogo, un fatto di importanza storica, seguito con grande interesse dal presidente Napolitano, con cui sono contento di chiudere il mio mandato: il 6 luglio si inaugura a Pechino un progetto da me negoziato (in solitudine), ovvero un accordo per aprire nel Museo nazionale cinese di piazza Tienanmen una sezione italiana permanente, che esporrà nostre opere in parte stabili, in parte secondo un tema da scegliere annualmente. Iniziamo con il Rinascimento. La Cina a sua volta aprirà una sua sezione a Roma, nel Museo di Palazzo Venezia. Abbiamo portato inoltre Caravaggio a Cuba, iniziative importanti in Brasile, in Russia, a Hong Kong, raggiunto un accordo con il Getty Museum… Credo ci vorrebbe un libro per raccontare tutto quello che abbiamo fatto.
La Grande Brera, di cui è stato commissario, è ancora un progetto dolente.
Ma non sono più commissario. Io credo che la questione della Grande Brera sia molto grave per lo Stato italiano, che dopo essersi impegnato a stanziare una certa quantità di fondi, li ha fatti poi sparire a seguito delle inchieste giudiziarie che hanno riguardato il soggetto attuatore. Comunque con i 23 milioni ottenuti dal Cipe dal ministro Ornaghi Brera può ora ripartire. È troppo importante: come mi raccomandò il direttore del Louvre, non si possono lasciare in quelle condizioni le sue collezioni di immenso valore.
E il MaXXI, sul quale la vigilanza era esercitata dalla sua Direzione generale?
Il MaXXI è una grande opera su cui lo Stato ha speso una barcata di soldi e potrà entrare in competizione con i grandi musei del mondo per l’arte contemporanea. Ma non è partito bene, in breve direi: obiettivi ambiziosi, risorse modeste, strategie e competenze non adeguate. Quindi un flop.
Le chiedo ancora: come vede la situazione di Pompei?
Sono stato a Pompei nei primi tempi del mio incarico e ho visto una situazione malavitosa. Il ministro Bondi fece una cosa importante commissariandolo, ma mal gliene incolse, poiché è stato proprio il crollo di un pezzo della Schola Armaturarum a portarlo alle dimissioni. Ora possiamo sperare nei progetti legati ai nuovi finanziamenti europei, ma è necessario coinvolgere competenze anche molto diverse da quelle degli studiosi. Come si può pensare che siano le competenze di un archeologo le più idonee a gestire un sito con 2 milioni e mezzo di visitatori l’anno, 900 dipendenti, 22 milioni di incassi? Con un territorio del tutto inadeguato non solo come servizi, ma come cultura: i visitatori sono trattati in modo indegno, con la logica del brigantaggio.
Potrebbe essere proprio la sua Direzione a mettere insieme tutte le istituzioni locali e nazionali da coinvolgere in un progetto complessivo per tutta l’area?
Credo che ci vorrebbe una persona di grande valore che venga dall’esterno e sia molto indipendente, non ricattabile, non interessata a guadagnare né a fare carriera.
L’ultima domanda: sopravviverà la Direzione per la Valorizzazione? Quali indicazioni lascerebbe al suo successore?
Era pevisto che continuasse a operare, ma ora con le nuove misure di riduzione della spesa non so se sarà deciso altrimenti. Al di là del successore, uscendo dal Ministero vorrei dire una cosa. Io ho lavorato anche per altre amministrazioni pubbliche, e come dirigente d’azienda mi sono confrontato con tutte. Mi sono reso conto che purtroppo il Mibac è sempre stato considerato di serie B, e dico con molta convinzione che per l’Italia è invece una forza propulsiva importantissima che deve portare a ministri di serie A e a un Governo che ribalti le proprie priorità. Se noi pensiamo di poter creare posti di lavoro facendo grandi fabbriche dobbiamo «di-men-ti-car-lo», come ogni giorno verifichiamo. Noi abbiamo un’area ancora non valorizzata, che è quella della cultura e dell’indotto che il turismo culturale crea. L’Italia ha una vocazione turistica che purtroppo non viene coltivata con convinzione, la domanda del turismo culturale è in forte aumento e noi siamo estremamente ben percepiti. I cinesi non vengono per andare al mare, non a caso hanno scelto Roma per aprire la filiale del loro Museo nazionale: Hu Jintao, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, mi ha detto: «Noi siamo due potenze culturali, Italia e Cina; noi riconosciamo voi come culla della cultura occidentale». E noi siamo qui a grattarci la pancia. Io dico che siamo matti da legare.

© Riproduzione riservata

Marta Romana, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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