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Gli artisti olimpici

Le Olimpiadi di Londra 2012 non hanno prodotto soltanto trasformazioni urbanistiche della città, ma anche grandi progetti di arte pubblica

La «ArcelorMittal Orbit» di Anish Kapoor, la scultura pubblica più alta d’Inghilterra (115 metri), sorge nell’Olympic Park di Londra

Londra. Fino a non molto tempo fa la nebulosità sul programma culturale delle Olimpiadi («London 2012 Cultural Olympiad, il più vasto progetto culturale nell’ambito dei Giochi olimpici moderni», recita il sito ufficiale dei Giochi www.london2012.com) era in netto contrasto con l’efficiente organizzazione degli eventi sportivi che richiameranno il mondo nella capitale britanica dal 27 luglio al 12 agosto. Ma la nomina di Ruth Mackenzie alla direzione delle Cultural Olympiad nella primavera del 2010 ha fatto chiarezza. Il cuore del programma, il London 2012 Festival, è già in pieno svolgimento, con appuntamenti «incastrati» nel programma stabilito da Mackenzie. Le mostre appena chiuse dedicate a David Hockney alla Royal Academy e a Lucian Freud alla National Portrait Gallery sono due dei primi successi del festival.

Committenze
Sono le committenze di nuovi  progetti la linfa vitale del programma. «Commissionare è la cosa migliore perché ti dà la possibilità di chiedere agli artisti di creare qualcosa di nuovo e puoi osare, rischiare, stupire», dice Mackenzie. La «ArcelorMittal Orbit» di Anish Kapoor, la scultura pubblica più alta d’Inghilterra (115 metri), è il più evidente, o forse inevitabile, dei nuovi incarichi. «Tree of Life» di Rachel Whiteread, un fregio di foglie in bronzo dorato disposto a cornice delle finestre in terracotta sulla facciata della Whitechapel Gallery, è visibile dal mese scorso, come il padiglione di Ai Weiwei e Herzog & de Meuron alla Serpentine Gallery. Martin Creed creerà quello che Mackenzie descrive come «la sua più grande opera di tutti i tempi», «All the Bells Work No. 1197», per la quale chiederà agli inglesi di suonare un campanello, in chiesa, in bicicletta o alla porta di una casa, «il più velocemente e rumorosamente possibile per tre minuti». «Lo scopo è far rumore con uno strumento acustico, spiega Creed. È in sintonia con le Olimpiadi perché, anche se in molte discipline olimpiche si usano degli attrezzi, lo sport prevede di utilizzare al massimo il proprio corpo, senza amplificazione».

Olympic Park
Tolte queste committenze di alto profilo, dell’arte creata per le Olimpiadi si sa ancora poco. Molti dei progetti più interessanti fanno parte di due programmi distinti: Art in the Park e Frieze Project East, nel polo olimpico dell’East London. Il primo è costituito da una serie di opere commissionate per l’Olympic Park che, come dice Adriana Marques, ex principale consulente per l’arte e la strategia culturale per la Olympic Delivery Authority, cercano di «riflettere come l’arte possa fare la differenza in questo nuovo paesaggio». Con consulenti come Nicholas Serota, direttore della Tate, tutte le opere presentate in Art in the Park provengono da concorsi, con lo scopo di coinvolgere big dell’arte come Anish Kapoor e Monica Bonvicini, oltre a personaggi meno famosi come la pittrice Clare Woods. Quattro opere sono committenze specifiche: Ackroyd & Harvey hanno realizzato alberi con anelli di metallo per segnalare l’ingresso del parco; «Orbit» di Kapoor ha vinto l’incarico come attrazione per i visitatori; Peter Lewis ha costruito due fontane, l’unica opera temporanea in programma; «Run» della Bonvicini ha vinto il concorso per le opere prodotte con la luce.
Altre opere si sono andate componendo più sistematicamente: «Voglio che gli artisti entrino a far parte del programma fin dall’inizio, dice Marques, ma bisogna anche vedere come vanno le cose e chiedere agli artisti di adeguare la loro risposta alla realtà». Le opere di Clare Woods ne sono un esempio. Questi due paesaggi astratti, convertiti in grandi ceramiche, sono collocati sui muri di edifici di servizio vicino all’Aquatic Centre di Zaha Hadid.

Riconversione
Marques è ora alla London Legacy Development Corporation, che si occuperà della riconversione del parco e delle aree adiacenti dopo le Olimpiadi. «Quando lavoriamo con gli artisti, bisogna sempre guardare avanti; chi sono le nuove comunità, chi sono le persone che verranno in questo parco?».
La comunità è di importanza vitale anche per Frieze Projects East, la prima iniziativa di Frieze Art Fair a Londra fuori da Regent’s Park: cinque opere su commissione nella zona intorno all’Olympic Park. «Volevamo assolutamente evitare di collocare degli elementi estranei in questi contesti, spiega Sarah McCrory, curatrice del programma. Abbiamo fatto il possibile per far sì che si integrassero nella comunità».
I progetti hanno anche evitato la pomposità dei messaggi del progetto olimpico. «Lo sport è in gran parte legato alla gloria della vittoria e all’orgoglio nazionale, dice McCrory, ma alcuni progetti di Frieze hanno leggermente sovvertito la retorica dei giochi», come i cartelloni stile cartoon di Sarnath Banerjee che presentano «elementi di fallimento e delusione, tratti umani che sono universali», spiega McCrory. Anche le opere più monumentali create per Frieze Projects sono piuttosto discrete. La scultura permanente di Gary Webb per Charlton Park, nella zona sud-est di Londra, è un parco giochi. Webb riconosce che le Olimpiadi hanno determinato nelle autorità locali un atteggiamento diverso nei confronti dell’arte pubblica. «È piuttosto interessante perché se non ci fossero state le Olimpiadi non sarebbe stato così, dichiara. L’iter decisionale è accelerato e c’è più entusiasmo».

© Riproduzione riservata

Ben Luke, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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