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Editoriale

La maggiorata e il premio Nobel

Franco Fanelli

Al paradosso di ospitare la più alta densità planetaria di fiere d’arte contemporanea pur essendo un paese dal mercato debolissimo, l’Italia abbina lo stravagante vezzo di affidare la direzione di dette fiere a curatori e critici la cui competenza mercantile è tutta da dimostrare. Torino, visto che a foraggiare Artissima sono gli enti pubblici, magari se l’è potuto permettere, mettendo in vetrina, più ancora dei galleristi, la nouvelle vague curatoriale dei Bellini e dei Manacorda, salvo infine tentare di cambiare rotta con Sarah Cosulich Canarutto. MiArt non è decollata sotto la direzione di Giacinto Di Pietrantonio, direttore della Gamec di Bergamo. Bologna, prima di maltrattarla, ha pescato il jolly con Silvia Evangelisti, una critica che però non ha mai considerato la fiera come un défilé di proprie velleità curatoriali e che si è messa alla prova anche come manager. Ora però Duccio Campagnoli, il patron di ArteFiera, punta sul duo composto da Giorgio Verzotti (eccellente curatore e teorico, ma non dell’economia) e Claudio Spadoni, ottimo storico dell’arte e direttore del Mar; a supporto, Gianfranco Maraniello, suo omologo, con successo, al MAMbo (in bocca al lupo a tutti, comunque, e va tenuto conto, qualsiasi cosa accada, che lavoreranno in un periodo terrificante per l’economia). È vero che gli ultimi due dietro la scrivania di un museo avranno imparato a far di conto, ma è un requisito sufficiente per tramutare un critico in manager? Forse è più facile il contrario, soprattutto se, come accade ormai da una ventina d’anni, non si richiede più a un curatore chissà quale raffinatezza critica, né particolare intuito. L’era dell’ordinaria manutenzione curatoriale, profetizzata da Achille Bonito Oliva, vale infatti anche quando si dirige una biennale: la popolazione artistica è tanto omologata quanto oceanica e il pubblico si beve qualsiasi cosa purché sia facile e standardizzata ma sappia di nuovo. Intanto, uno straordinario ex direttore di fiera, Samuel Keller, a Basilea ha messo radici quale direttore della Fondation Beyeler, che è come fare l’allenatore di Messi, Cristiano Ronaldo e Ibrahimovic messi insieme. Un altro caso è quello di Jeffrey Deitch, transitato dalla galleria al MoCA di Los Angeles, in virtù di una rara, se non unica, poliedricità, che ne ha fatto un astuto teorico e un potente mercante. È difficile, ora, non condividere lo scetticismo manifestato dagli stessi galleristi sui critici italiani tramutati in «fieristi». Meglio, a meno che i fatti non dimostrino il contrario,  un governo «tecnico», cosa che non vuol dire avere una laurea alla Bocconi, ma implica una rete di rapporti varia e ramificata, capacità comunicative, credibilità e autorevolezza con i galleristi (a cominciare dai «ministri» del suo governo, cioè i componenti dei comitati selezionatori), influenza sui collezionisti e senso degli affari. La specificità del ruolo, infatti, è assoluta e ne sa qualcosa Frank Boehm, «saltato» dopo una sola edizione alla MiArt (in bocca al lupo, sinceramente, anche a De Bellis che lo sostituisce). Al contrario, un gallerista, Massimo Simonetti, è diventato fondatore di una mostra mercato e sino alla bufera della crisi, la sua Art Verona ha conseguito buoni risultati. Ma allora perché certi organizzatori italiani tendono ad affidarsi a direttori fuori ruolo? Forse perché una fiera «colta» richiama più pubblico (mah) e maschera la flebilità degli affari? Ma a Madrid i mercanti chiesero la testa di una direttrice troppo generosa con gli eventi non profit e per la stessa causa ad alcuni galleristi non era affatto piaciuta la gestione di Andrea Bellini nella sua seconda Artissima. Oppure perché si pensa che il matrimonio tra una manifestazione mercantile e un intellettuale dell’arte produca necessariamente una fiera a un tempo coltissima e ricchissima? Viene in mente l’aneddoto dell’attrice bellissima ma oca che propone al premio Nobel, geniale ma rachitico, di fare un figlio insieme. perché nasca bello come Di Caprio giovane e intelligente come Einstein, e il premio Nobel che risponde: «Ma come la mettiamo se per disgrazia dovesse prendere il fisico da me e l’intelligenza da te?».
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Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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