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Editoriale

Il ministro dev’essere più bravo di Monti

Adesso basta. Non è ragionevole pensare che il destino del patrimonio artistico italiano debba rimanere congelato per tanto tempo perché vi sono altre emergenze. Anche in un pronto soccorso vengono fissate priorità di colori diversi secondo gravità e urgenza. Ma anche i malati meno gravi e meno urgenti vengono poi accuditi.
Diciamo subito che non stiamo parlando di nuovi finanziamenti. Diciamo anzi l’opposto. Poiché non esistono e non si intravedono risorse destinabili a figure incapaci di protesta e di pretese come le impietrite opere d’arte e gli attoniti paesaggi, il delitto è impedire la ricerca di risorse alternative su iniziativa individuale. Che la capacità di azione venga scoraggiata dalla mancanza di norme. Vogliamo decreti «salva arte» e «salva paesaggio» che ci permettano di farlo. Sia chiaro: quello sarà denaro in più, non può sostituire il denaro che uno Stato appena decente deve assicurare.
Un esempio. Nell’inchiesta dell’Università La Sapienza di Roma per la determinazione delle tariffe museali condotta dal professor Inna, presentata il 27 giugno ai soprintendenti in un convegno della Direzione generale della Valorizzazione (quella dell’uscente Mario Resca: un altro Mario), oltre il 60% dei frequentatori dei musei ha dichiarato di essere favorevole a un aumento dei biglietti di 3 e perfino di 6 euro. Perché? Perché ritiene che tale importo sia destinato alla manutenzione e sviluppo dei musei stessi.
E invece non è così. Salvo i Poli Museali, per il 93% dei musei italiani questi importi confluiscono al Ministero del Tesoro (sic!). Che poi ne destina una parte alla direzione regionale Mibac. Che poi li ripartisce localmente. Quale iniziativa pensate che prenderà un volenteroso direttore di museo (ce ne sono molti) se non saprà di poter usufruire (e subito, la sera stessa) dell’intero provento della sua intraprendenza? Vogliamo costringerlo all’inerzia o all’inattività? I direttori devono essere finalmente gestori autonomi dei propri musei.
Questa modifica non ha un costo. Basta deciderla. Né distrae il primo ministro  mentre tira dei rigori alla cancelliera tedesca. Lo deve fare un ministro che sappia il fatto suo. Se non lo fa, che ci sta a fare, che ministro è? Questo giornale aveva per primo rilevato che ai Beni culturali c’è l’unico ministro non esperto in un Governo di esperti. L’errore non è suo, non deve vergognarsi. Ma lasci il posto a un esperto vero.
Esperto di che cosa? Non della propria dottrina scientifica, non il massimo specialista di Caravaggio o di vasi attici, ma di organizzazione dei beni culturali. Alcuni ottimi direttori generali e Soprintendenti non vantano nessun particolare merito scientifico. Sanno però quello che devono fare per il benessere di quanto dipende da loro.
Da qualche tempo uno dei migliori giornalisti del «Corriere della Sera», Gian Antonio Stella, insieme a Sergio Rizzo si occupa accanitamente di beni culturali. Ha scoperto dopo la casta quale immensa miniera siano di inverosimili ritardi, sprechi, inerzie. Ma che sono e dovrebbero sempre più essere il principale provento del Paese. E che stranamente vengono ignorati (talvolta perfino disprezzati)  dai titolari dell’Economia, prima da Tremonti e oggi, forse, dallo stesso Monti. Stella insiste che il Ministero dei Beni culturali dovrebbe esserlo anche del turismo. Probabilmente è un’idea più evoluta di quella di Veltroni che aveva aggiunto Spettacolo e Sport. Non possiamo far finta di non sapere che un buon terzo dei turisti viene in Italia per vedere arte e altrettanti per il paesaggio. E che i soldi qui spesi rendono anche dieci volte la cifra investita. Assai più degli investimenti industriali. E che occupano più persone!
Non comportiamoci come monaci ottusi e segregazionisti. Dati i tempi probabilmente è meglio accettare che un unico ministero si occupi anche di Turismo. Proprio per evitare che arte e paesaggio diventino subalterni del solo rendimento turistico. Se sono il nostro petrolio, è un petrolio che non dev’essere consumato. E non farà niente male rinnovare la mentalità ministeriale spostando l’attenzione dalle sole opere anche sugli utenti. A meno che non vogliamo affidare all’Unione europea la gestione del nostro patrimonio artistico, come «Le Monde» ha ipotizzato per Pompei.
Soprattutto nell’arte e nella natura non dobbiamo oltrepassare i limiti di sostenibilità. Città come Venezia e Firenze sono snaturate e devono incolpare solo se stesse. Che un ministero trilobo possa rivelarsi meno suicida, meno avido e meno cieco di insaziabili amministratori locali?
© Riproduzione riservata

da Il Giornale dell'Arte numero 322, luglio 2012


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